<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748</id><updated>2011-04-21T12:58:01.064-07:00</updated><title type='text'>Professione Reporter</title><subtitle type='html'>Reportages di PINO SCACCIA</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://professionereporter.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>7</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-87238632</id><published>2003-01-10T14:45:00.000-08:00</published><updated>2003-01-10T14:45:29.030-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;L'ARRESTO DI TOTO' RIINA: DIECI ANNI DOPO, ANCORA MISTERI&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Via Gianlorenzo Bernini e’ una via isolata, discreta, piena di ville nascoste dai muri di cinta. Un posto perfetto per chi vuole nascondersi ma non sparire, perche’ e’ a un passo del centro di Palermo e a ridosso dell’autostrada. In una di quelle ville, al numero 54, ha passato dieci anni della sua vita, quasi meta’ della latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra, Toto’ Riina. . Si faceva chiamare Giuseppe Bellomo, diceva di essere  di Mazara del Vallo. Una casa lussuosa,  con piscina e ascensore interno, naturalmente una cassaforte. Ma non era sua. La proprieta’ era ed e’ dei fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone tuttora  indagati per quell’appoggio al superboss. Riina pagava regolarmente l’affitto e anche le bollette: pagava con assegni circolari. Una vita tranquilla, fino a quel gennaio di dieci anni fa.&lt;br /&gt;Non si sa ancora con certezza da dove e’ arrivata l’informazione, fatto sta che i carabinieri del Ros ormai sanno dov’e’ nascosto Toto’ Riina. Ma sanno pure che non sara’ facile catturarlo e chiamano il blitz “Operazione Belva”. Da mercoledi’ 13 gennaio si appostano in nove  davanti quella villa. Il nucleo, che si chiama Crimor,  e’ comandato dal “capitano Ultimo. Con lui ci sono Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, .Omar, Nello, Barbaro e Ombra.  I nomi, ancora oggi, sono coperti dal segreto. &lt;br /&gt;Un giorno di attesa. Poi, la mattina dopo, alle 10,14 del 14 gennaio dal cancello della villa esce un’auto. Forse con i carabinieri c’e’ anche Di Maggio. Di sicuro e’ riconosciuta la donna all’interno: e’ Ninetta Bagarella, la moglie di Toto’ Riina. L’ultima conferma: il covo e’ proprio quello. Passano poco meno di ventiquattro ore. Ed ecco il momento sicuramente storico nella lotta alla mafia. Sono le 8 e 55 del 15 gennaio 1993. Esce una piccola auto, anonima. Al volante c’e’ Salvatore Biondino, l’autista del boss, e vicino proprio lui, la belva, Toto’ Riina.  “&lt;i&gt;In quel momento sento come un senso di vuoto&lt;/i&gt;” confidera’ poi il capitano Ultimo. &lt;br /&gt;I nove della Crimor seguono l’auto, s’infilano in  via Leonardo da Vinci, arrivano alla rotonda, il traffico e’ intenso, pochi metri dopo davanti al motel dell’Agip bloccano l’utilitaria. L’operazione e’ durata in tutto quindici minuti e un chilometro. La latitanza del capo dei capi di cosa nostra finisce qui dopo 23 anni, sei mesi e otto giorni, sullo stesso marciapiede dove quindici anni prima Riina fece assassinare il mafioso Beppe Di Cristina. Allora lo chiamavano solo “zio Toto’’” ma da quell’assassinio  parti’ la sua scalata a Cosa Nostra. Preso proprio dove e’ diventato capo. &lt;br /&gt;Era disarmato quando l’hanno preso. I carabinieri chiedono i documenti. L’altro li da’ (sono falsi), lui no, non apre bocca. Li portano in caserma. Queste sono le prime immagini della belva in gabbia. E’ talmente fermo, impassibile che sembra un’istantanea. Neanche s’accorge che sta sotto la foto del generale Dalla Chiesa. L’allora colonnello Mario Mori, ora direttore del Sisde, gli dice guardandolo fisso in faccia: “&lt;i&gt;Tu sei Riina&lt;/i&gt;”. Lui resta in silenzio, a lungo. Mori insiste, alla fine lui ammette: “&lt;i&gt;Si’, sono Riina. Chiamatemi un avvocato&lt;/i&gt;”. La sera non cena, e rifiuta il cibo anche il giorno dopo. Prende solo caffe’. Adesso sembra proprio un vecchio, “Toto’ u curto”. Lo portano di nascosto, di notte, a Termini Imerese.  Cominciano gli interrogativi. Proprio quel giorno alla Procura di Palermo e’ arrivato Giancarlo Caselli. Taglia corto alle polemiche: “&lt;i&gt;E’ stata un’operazione da manuale. E un grande giorno per la giustizia&lt;/i&gt;”.  Caselli e’ appena arrivato da Torino, la citta’ dove poco tempo prima Di Maggio aveva  svelato, forse, il covo della belva, anzi come diceva lui “&lt;i&gt;la macelleria giusta&lt;/i&gt;”, come conferma Mario Mori pubblicamente.. &lt;br /&gt;Alle dieci di mattina di due giorni dopo, il 17 gennaio, Riina lascia la Sicilia in elicottero e rivede dall’alto la terra dove per tanti anni ha spadroneggiato come un tiranno. Come per magia a Corleone ricompaiono la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli, quella che sembrava una famiglia fantasma. Toto’ Riina adesso e’ nel supercarcere di Marino del Tronto ma in questi anni ha girato spesso l’Italia per le udienze dei vari processi, accumulando un ergastolo dopo l’altro, l’ultimo per l’omicidio del giudice Saetta. Sa di essere stato tradito, odia i pentiti. Una volta, il 22 aprile del 1996, a Firenze Pierluigi Vigna e Giancarlo Caselli provarono a farlo parlare. Agghiacciante la trascrizione dei verbali. “&lt;i&gt;Parlare? Dottore, la prego, si fermi qui, non la pronunci neanche quella parola. Voi sbagliate persona&lt;/i&gt;”. In questi anni e’ tornato anche a Palermo, ma in gabbia. E ha parlato solo per dire il suo odio contro chi parla. &lt;br /&gt;Dieci anni dopo, i misteri sono ancora molti. Intanto  resta il dubbio su chi ha contribuito realmente alla cattura. Un grande lavoro di intelligence, durato, si dice, almeno cento giorni? Oppure, come sostiene il generale Delfino (in codice “giaguaro uno”), poi indagato per altre storie, furono decisive le rivelazioni di un piccolo boss in disgrazia, Baldassarre Di Maggio? Ma c’e’ anche chi, fra i pentiti, sostiene che tutto e’ nato da una soffiata di un confidente del maresciallo Antonino Lombardo, poi suicida. Per Giovanni Brusca il tradimento arrivo’ da Toto’ Cancemi, per Bagarella da Francesco Lojacono, un fedelissimo di Provenzano.&lt;br /&gt;I dubbi piu’ grandi riguardano tuttavia la fase successiva all’arresto. Sul covo sono tuttora in corso due inchieste giudiziarie: La prima , come dicevamo, riguarda i proprietari della villa, la secondo e’ contro ignoti e riguarda la mancata  perquisizione della casa. Proprio ieri il gip Vincenzina Massa ha chiesto nuove indagini, chiedendo di interrogare tutti i protagonisti della vicenda.  Ammette lo stesso Caselli: “&lt;i&gt;Discutemmo se conveniva entrare nel covo subito,  o piu’ tardi per individuare altri mafiosi., come ci suggeri’ il capitano Ultimo&lt;/i&gt;”. Adesso "Ultimo" e' maggiore e sta al reparto ecologico dei carabinieri. Il covo in realta’, dopo solo un giorno fu abbandonato. La perquisizione finalmente arrivo’ diciotto giorni piu’ tardi. Troppi. Non si trovo’ piu’ niente, la casa era svuotata. Racconta in aula il 28 agosto 1997 il mafioso Angelo Siino: “&lt;i&gt;I corleonesi entrarono vestiti da operai, portarono via i mobili, tinteggiarono le pareti, cambiarono pure i servizi igienici, fecero sparire la cassaforte&lt;/i&gt;”. Pare che alla testa di quel gruppo ci fosse.Antonino Giuffre’, l’ultimo pentito, luogotenente storico di Provenzano.  Sostiene il pm Tescaroli: “&lt;i&gt;Dietro l’arresto di Riina restano molte ombre, dubbi e perplessita’ che solo Provenzano potrebbe rivelare&lt;/i&gt;”. Intanto, potrebbe cominciare a raccontarle Giuffre’.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-87238632?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/87238632'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/87238632'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2003_01_05_archive.html#87238632' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-86331179</id><published>2002-12-20T11:48:00.000-08:00</published><updated>2002-12-20T11:50:49.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;LA CASA DEGLI ORRORI&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Ci ho passato una settimana, davanti quella villetta maledetta. Per ore, dal mattino prestissimo fino al buio fondo. Tutti i giorni da quella notte. Ogni tanto riflettevo, nei momenti di pausa. Cercavo d’infilarmi con gli occhi dentro casa, dietro le tendine chiuse. Cercavo di capire perche’. Cos’era successo. M’immaginavo quella scena tragica, allucinante. Pensavo a una donna che torna a casa con il figlio, ai cani che saluta nel giardino e poi che apre quella porta e non sa ancora che dietro c’e’ sua figlia con il fidanzatino: tutti e due con i guanti e i coltelli in mano pronti a ucciderli, massacrarli. Credo di avere, per mestiere, sufficiente fantasia. E avevo anche cognizioni abbondanti dagli inquirenti. Eppure non riuscivo, non sono mai riuscito, a "vedere" fino in fondo la scena. Sapete che ho viaggiato spesso per guerre e disastri, eppure la storiaccia di Novi Ligure mi ha segnato. Ci ha segnato tutti. Non chiedetemi cose che non so. Intanto, non so perche’. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src="http://pinoscaccia.homestead.com/files/erika_omar.jpg" width=214 height=134 align="right" border=0 alt= "novi"&gt;  &lt;br /&gt;&lt;i&gt;Credo che oggi sia sabato di carnevale. Per le persone cosidette normali e’ giorno di festa. Ma io mi trovo ancora in un posto dove adesso non c’e’ spazio (ne’ voglia) per la festa.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;I giovani, in questo paese che geograficamente e’ posto di frontiera, si chiedono perche’ una ragazzina con la faccia d’angelo possa trasformarsi in un demonio. Ottanta coltellate. Prima al fratellino che l’adorava, poi alla madre. I giovani come lei si chiedono se qualche pasticca (perche’ Erika ne prendeva, lo sanno tutti) puo’ combinare questi sballi allucinanti. Gli amici di Omar, il fidanzatino, si chiedono se e’ possibile che per amore di una ragazza si possa davvero arrivare a tanto. Ma sono soprattutto gli adulti a porsi domande. Quali sono le nostre colpe? Dove abbiamo sbagliato se in questo mondo crescono mostri cosi’?  Ma la vicenda tragica di Novi, la strage della villetta, insegna molte altre cose. La cautela, innanzitutto. E che bisogna prenderci, appunto, le nostre responsabilita’. Troppo comodo scaricare tutto subito sui diversi, sugli altri, sui disperati che arrivano da fuori. La ferocia non ha colori. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Chi mi segue, anche in televisione, lo sa: sono sempre stato cauto, fin dall’inizio. Perche’ fin dall’inizio avevo intuito che qualcosa non filava. Mi era bastato guardare per pochi secondi in faccia quell’angelo biondo. Negli occhi la tragedia, lo stupore per il lago di sangue? Macche’. Rientrando in villa la mattina dopo Erika ci aveva fatto il segno con il medio della mano destra che per il popolo anglosassone significa: va all’inferno. All’inferno ci finira’ lei. E si portera’ dietro quel ragazzetto con la testa abbassata che la seguiva come un cagnolino. Insieme, forse, anche a chi stava gia’ organizzando spedizioni punitive contro gli albanesi. Altro che festa: siamo tutti molto tristi. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Novi Ligure, sabato 24 febbraio 2001 [22.58]&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-86331179?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/86331179'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/86331179'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_12_15_archive.html#86331179' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-83397771</id><published>2002-10-23T03:08:00.000-07:00</published><updated>2002-10-23T03:08:02.373-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;COLOMBIA, UNA TERRA SEMPRE IN GUERRA&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Non è facile entrare al Cartucho. Molto più difficile uscirne. Siamo nel quartiere più duro di Bogotà in quello che alla polizia colombiana chiamano il giorno della grande illusione. L'ultimo tentativo cioè di liberare la parte orientale della città dai disperati che l'hanno occupata, violata, incenerita, umiliata. Ore di battaglia, sassi contro manganelli. Poi l'ennesima resa delle forze dell'ordine. A due passi dall'inferno c'è la Calle 26, l'arteria principale della capitale che taglia in due la città, quasi un osservatorio permanente sulla Colombia che cambia. &lt;br /&gt;Tenente Saul Lopez:"&lt;i&gt;Qui la violenza è radicata, difficile da estirpare. E' sicuramente un problema sociale prima che di ordine pubblico. Ma piano piano il Paese sta alzando la testa, cerchiamo tutti insieme di risolvere i problemi economici che sono il vero dramma della Colombia. Certo è una guerra e vogliamo vincerla, ma noi poliziotti da soli non possiamo farcela". &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;"El Cartucho" è solo una faccia della Colombia. La faccia della guerra: antica, dolorosa, infinita . Per capire se e quando la guerra finirà, ecco la storia di un viaggio all'interno del pianeta Colombia, un Paese di clamorose contraddizioni. Felice e insaguinato, ricchissimo e poverissimo, con gente molto civile e criminali spietati. Un Paese che è il crocevia e insieme il simbolo mondiale della droga, ma dove nessuno si droga.&lt;br /&gt;Il nostro viaggio comincia naturalmente da Bogotà, la capitale, una megalopoli (sei milioni di abitanti) con grattacieli e baracche: quasi la sintesi di questa Colombia a due facce. La guerra. Tante guerre. Prima quella politica, combattuta con l'ostinazione di una faida. Poi la guerriglia e soprattutto i narcos. Trentamila morti l'anno. Quanti morti. Troppi. Povera Colombia, da cinquant'anni in trincea. Una terra bellissima dove la "violencia" è mitica, selvaggia, naturale. Ci sono tanti detti fra questa gente, come per tutti i fantasiosi popoli sudamericani, ma uno li riassume tutti ed è drammatico: con il "plomo" o con il "plata", cioè con il piombo o con il denaro. Come dire che non c'è via d'uscita: o si corrompe o si uccide, comunque la legge è quella della violenza. E' una giornata di lavoro pesante, anche oggi per i poliziotti. Quelli puliti, che sono rimasti dopo il repulisti. In due anni ne sono stati cacciati quasi quattromila, pensate. Tutti al soldo dei narcos. Fa caldo, anche se siamo oltre i tremila metri. Si fatica a respirare. Ancora un volo, in elicottero. Bisogna colpire dall'alto. La squadra speciale antinarcos oggi è sopra un campo di amapola a Santander de Quilichao. Anche questo distrutto. Si va avanti. Bisogna continuare a colpire, senza soste. L'operazione riguarda adesso i laboratori di cocaina. C'e' la polvere già pronta ma questa per fortuna non arriverà mai ad incrementare il mercato della morte bianca. I tredicimila consumatori di cocaina nel mondo. Un flagello. &lt;br /&gt;Siamo a Guacamaya. Sono arrestati tutti quelli che lavorano. Non si sorprendono più di tanto. Se lo aspettavano. Come adesso aspettano che i boss del traffico li tirino fuori del carcere, appena possibile. Il gioco è questo, da sempre. Con il piombo o con il denaro. Se vi sembra un gioco. Chi combatte i narcos deve essere preparato, e duro, come loro. Queste sono immagini inedite: un campo di addestramento segreto delle squadre speciali. I superpoliziotti colombiani sono 2500, preparatissimi, ben pagati. L'operazione costa molto : un miliardo di lire l'anno, una cifra enorme per un Paese in grave crisi economica. Ma il governo sa pure che questa è la battaglia da vincere. &lt;br /&gt;Il capo della polizia antinarcotici è il colonnello Leonardo Gallego. Figura popolarissima da queste parti. Il nemico numero uno dei trafficanti: un ruolo che il comandante ama e non lo nasconde. Un pizzico di megalomania non cancella però risultati eccellenti. Col. Leonardo Gallego - comandante antinarcotici: "Certo che sono il nemico dei narcos. Da quando dirigo la squadra, ne ho arrestati mille e quattrocento. Ho ridotto le coltivazioni del settanta per cento. Ed è solo l'inizio. &lt;i&gt;Ci stiamo preparando per il colpo finale e loro lo sanno. Una cosa è certa. Abbiamo disarticolato tutta l'organizzaizone. I grandi cartelli non esistono più, da anni. Prima l'uccisione del superboss storico, Pablo Escobar, poi la cattura anche di quelli che l'avevano sostituito, i fratelli Orrequella. Cosi prima abbiamo distrutto Medellin poi anche Cali. Adesso c'è una serie di 'cartellini', almeno un centinaio, agguerriti sicuramente ma tutti indipendenti e quindi non forti. Bisogna dar atto al governo della Colombia della grande volontà di sconfiggere questa piaga che insanguina e umilia il nostro Paese. E' un impegno pesante, ma è anche evidente che la Colombia non può combattere questa grande battaglia da sola. Qui, è vero, si producono le foglie ma senza i precursori chimici non potrebbero mai diventare cocaina. E quelli vengono dall'Europa,dagli Stati Uniti, dai Paesi industrializzati. Forse la colpa non è tutta nostra&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;I fratelli Orrequella, gli ultimi boss, sono rinchiusi alla "Modelo". Ironico paradosso per chiamare uno dei più terribili carceri del mondo. Non è facile spiegare. Per dare un'idea diciamo che quando un recluso è destinato alla "Modelo" dice, assolutamente senza ironia: "Vado all'inferno". Entriamo anche noi all'inferno. Un carcere nato per tremila detenuti, ne ospita quasi il doppio. Siamo ancora nel cortile del carcere quando arrivano altri detenuti. Ne arrivano, ci dicono, a decine, ogni giorno. Non dovrebbe esserci più posto, da tempo, ma nessuno li rifiuta. La situazione è sempre più infernale. Ci sono anche tanti italiani. Ventotto. Alcuni sono nel patio 1, il reparto di massima sicurezza. Non ci fanno entrare perchè anche oggi ci sono stati -ci dicono in direzione- due tentativi di evasione. E non ci dicono invece quello che ci sussurrano i detenuti: che ci sono stati anche due omicidi, la solita media giornaliera. Una tragica prassi, insieme alle rapine e ai soprusi di chi comanda, ci confida un italiano che preferisce non farsi vedere perchè in carcere si sa tutto e se sanno che ha parlato... Ci racconta anche che alla faccia della sicurezza, tutti hanno pistole in tasca e telefoni cellulari, pagano milioni per le feste dentro la cella e insomma comandano loro. Tanto è vero che ogni tre mesi alla "Modelo" cambia il direttore. Insistiamo per entrare con la telecamera. Impossibile: loro non vogliono. Cioè non vogliono i boss. Ma con la direzione arriviamo a un accordo: ci daranno le immagini. Ed ecco dunque documentata la storia dell'ennesimo tentativo di fuga. Due tunnel quasi completati che portano all'esterno. Se davvero comandano loro, perchè allora le evasioni non riescono? chiediamo. Perchè forse si sta meglio qua dentro che fuori, ci rispondono. Figuratevi fuori. Ma è solo una battuta. Il giorno dopo l'evasione riesce. Scappa un'intera banda, in quindici, agli ordini di un piccolo boss, Elver Cubillos. Una fuga costata tre morti. &lt;br /&gt;Massimiliano Fodarella è uno dei ventotto italiani rinchiusi nel carcere di Bogotà. Ex carabiniere, chiamato da tutti Max, lui non ha paura di parlare anche perchè, ci spiegano gli altri, lui è un uomo di rispetto qua dentro. Arrestato con altri quattro con venti chilogrammi di cocaina, è stato condannato a otto anni di carcere. Parla per dichiarare la sua innocenza. Lui non è un narcotrafficante, giura, anche se forse adesso dovrà diventarlo. Ed è l'aspetto più inquietante del suo racconto. Il giorno dopo visitiamo un altro carcere di Bogotà, quello femminile. Le detenute italiane sono tre. Una si chiama Angela e rischia molti anni di reclusione. E' stata arrestata con Max e preferisce il silenzio. Le altre due hanno voglia di parlare, anche se ci chiedono di non sbandierare le loro facce perchè a casa, in Italia, tutte e due hanno figli e rischiano di perderli. Queste dunque sono le storie di Miriam e Linda. &lt;br /&gt;Miriam è di Verona, trent'anni di una vita sciagurata e sfortunata. Dovrà passare altri cinque anni in carcere. E' stata presa con un chilo e mezzo di cocaina all'aeroporto di Bogotà, a metà luglio, il giorno prima del suo compleanno. Non nega di essere una "mula", una corriera della droga. Ha un figlio in Italia e un altro in Colombia.&lt;br /&gt;Linda ha l'aspetto e soprattutto l'età di una bambina. Anche se è già mamma. Anche lei è stata presa con la droga (quasi mezzo chilo) all'aeroporto. L'aveva indosso ma ha negato ogni responsabilità ed è ancora in attesa di giudizio. Di origini somale, ha la pelle scura ma è nata e cresciuta a Roma. "Fai conto che sono un pò abbronzata" riesce ancora a scherzare. Quando Linda ci saluta, piangendo perchè ci ha appena fatto vedere le foto del suo bambino, ci fa con un pizzico di rabbia: "&lt;i&gt;Chiamami 55597, Ormai sono solo un numero, come tutte qua dentro&lt;/i&gt;". &lt;br /&gt;Per tutti questi numeri tristi e disperati, oggi alla "Buen Pastor" hanno inventato una festa. Si canta, si balla, rigorosamente fra detenute. Alla nostra meraviglia risponde la responsabile del programma di riabilitazione, che è poi anche la figlia del ministro della giustizia. Patricia Guellard - riabilitazione detenute: "&lt;i&gt;So che non è facile regalare un momento di serenità a queste ragazze cosi sole e cosi provate, ma noi tentiamo , proviamo cioè a creare almeno per un pomeriggio l'illusione di normalità. Perchè ancora non sapete qual è la vera, grande sorpresa della festa&lt;/i&gt;". Ci mettiamo poco a scoprirlo. Bastano le urla delle detenute. Hanno organizzato uno spettacolo che in Colombia è trasgressivo anche fuori di queste mura drammatiche. Uno strip maschile. Ci sono tutte. In prima fila c'è Natalia, vita disgraziata, l'ultimo - in neppure vent'anni di vita- di quattro arresti a New York piena di cocaina, una corriera della droga famosa e temuta, ma soprattutto bella, tanto che per tutti è ormai "miss carcere".&lt;br /&gt;Ed ecco di nuovo la Colombia dalle mille facce, la terra delle contraddizioni. Un carcere dove c'è chi fa festa e dove, come al patio 2, il più infernale di tutti, restano chiuse ragazze ridotte come bestie. E' vera forse la festa ma purtroppo è sicuramente vera, e triste, quest'altra vita, senza mai vedere il sole , nè un sorriso. I corrieri della droga. In Colombia escono tonnellate e tonnellate di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina, ogni giorno. Sulle navi e su piccoli aerei da turismo. Solo una minima parte passa con i "muli", i corrieri: una tonnellata su seicento. Eppure sono sempre solo loro ad essere arrestati, nonostante i meccanismi cambino continuamente, per eludere i controlli. Ma è molto facile da queste parti trovare altri "muli", ci spiega il difensore d'ufficio di numerosi narcopostini,  avv.Plinio Chaparro.&lt;br /&gt;- Come avviene il passaggio?&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Bisogna pensare che le persone povere qui in Colombia sono moltissime. E i narcos sanno bene dove e da chi andare per arruolare corriere. E' una negoziazione: loro offrono soldi per portare droga e trovano tanti disgraziati che accettano&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;- Quanto vale un chilo di cocaina per un corriere?&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"Un chilo di cocaina vale cinquemila dollari&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;- Ci sono sempre piu' stranieri fra i corrieri.&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Sì, molti. Italiani, spagnoli, tanti europei&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;- E perchè stranieri?&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Perchè sono meno controllati dei colombiani. E' più facile&lt;/i&gt;". &lt;br /&gt;Una delle battaglie più difficili è quella contro i guerriglieri. Il fatto nuovo è che c'è un patto fra la guerriglia e i narcos. Anzi, i fatti nuovi sono due. La novità è anche che la Colombia, da centrale di smistamento della droga, si è ormai trasformata in Paese produttore, sostituendo Perù e Bolivia annientate dall'azione dura, incisiva, costante delle Nazioni Unite. Il mercato si è spostato dunque più a nord, in Messico. Ma l'offensiva della società civile continua. Pino Arlacchi, direttore del programma antinarcotici delle Nazioni Unite, è venuto in Colombia per tentare un accordo. Stava per incontrare il capo del Farc, l'inafferrabile Marulanda (eccolo in una rarissima immagine), quando l'omicidio di tre cittadini statunitensi ai confini con il Venezuela , ha bloccato tutto. Perchè gli stessi guerriglieri hanno ammesso la responsabilità della strage. Non si può trattare con chi uccide. Sicuramente però bisogna andare avanti.&lt;br /&gt;Chi sono i guerriglieri? Sono i responsabili, in gran parte, del sangue in Colombia. Cifre impressionanti. Ogni anno: trentamila omicidi e 2500 sequestri di persona a scopo d'estorsione. Colpiti soprattutto gli stranieri, in grado di pagare. Tempo medio di un sequestro: sei-sette mesi. Il riscatto in genere intorno ai trecento milioni di lire. Attualmente i sequestrati in mano dei guerriglieri sono diciannove. Tre italiani.  Raccogliamo la storia di Danilo Conta. Quasi cinquantenne, trentino, piccolo imprenditore della ristorazione, Conta è stato rapito una sera d'estate di due anni fa in una villetta nel dipartimento di Caldas e rilasciato per cento milioni di lire dopo sette mesi di prigionia. Esattamente 219 giorni passati sulle Ande con il nono fronte del Farc. I guerriglieri sono circa trentamila. La metà milita nel Farc (forze armate colombiane) divise in una settantina di divisioni. Danilo Conta in quei mesi sulla montagna ha perso trenta chili. Un'esperienza drammatica e pesante che serve anche a capire chi sono i guerriglieri, i banditi-campesinos. "&lt;i&gt;Tutti bambini. Gli ho anche insegnato a leggere e scrivere&lt;/i&gt;".Danilo Conta non è fuggito, come hanno fatto altri. Non è scappata neppure una signora coraggio che incontriamo a Bogotà. Gli obiettivi dei narcos sono i poliziotti, i giudici e spesso i giornalisti che denunciano le collusioni. Il maggiore quotidiano della capitale, "El Espectador" è da anni sotto tiro: sei redattori sono stati uccisi e anche il direttore Guillermo Cano, il primo ad attaccare Escobar. Incontriamo la sua vedova. Anamaria Cano: "&lt;i&gt;La mia vita oggi è molto agitata. Come si fa a pensare di rischiare la vita per un articolo o un titolo. Non sono coraggiosa, ma bisogna fare qualcosa". Anamaria Cano in realtà è molto forte perchè ha il coraggio del pudore. Quasi piangendo, di nascosto, ci confida un desiderio. D'incontrare per una volta i criminali. Per chiedergli perchè. Il perchè di tutta questa violenza, dell'odio. Per chiedergli come fanno a dormire. Soprattutto per chiedergli se un giorno smetteranno"&lt;/i&gt;. &lt;br /&gt;Per capire qualcuno di questi perchè, visitiamo Medellin, la città di Pablo Escobar, un analfabeta ladro di biciclette che è riuscito, fino a quando non è stato ucciso, a trasformare piccoli traffici di disperati in un malaffare universale. Medellin, piccola capitale seduta sull'equatore a quasi duemila metri d'altezza, si vede che è cresciuta troppo in fretta. In mezzo secolo da trentamila a due milioni di abitanti. Il nord è a sud e il sud a nord: in questa terra capricciosa insomma lo sviluppo è nato a meridione e lì stanno i ricchi. Anzi, straricchi perchè chi fa soldi con la coca ne fa tanti. Qui a "El poblado", la zona residenziale, si dice che non ci sia un mattone che non trasudi di polvere bianca. E guai a chi parla male del "doctor Pablo" sul quale fioriscono leggende come se fosse stato un eroe e c'è chi giura che in realtà sia ancora vivo.Certamente il suo fantasma aleggia ancora sul quartiere di Aranquez, nella parte nord di Medellin, regno indiscusso dei sicarios. Tutti giovanissimi, massimo sedici anni. Uccidono per venti dollari e dopo ogni omicidio vanno in chiesa a mettere un cero. Ci sono ragazzi che a vent'anni hanno già più di cento omicidi sulla coscienza. Dicono che Pablo Escobar sia stato venduto da quelli di Cali, terza città della Colombia, clima e atmosfera tropicali, dominata dai fratelli Gilberto e Miguel Orrequella. Questa era la loro fortezza nella "Ciudad Jardin", la città giardino. Anche loro l'hanno pagata : un pentito li ha traditi in cambio di clemenza davanti a un tribunale di Miami. Ma forse comandano ancora, dal carcere di Bogotà. Una sera a Cali conosciamo Francisco, un ex grande musicista jazz. Da quando il bazuco gli ha devastato il cervello suona con i ragazzini per strada. Il bazuco è una droga micidiale perchè è poverissima, per disperati: resti di cocaina, resti di marijuana, polvere di cemento addirittura. Siamo al "barrjo d'invasion", letteralmente il quartiere occupato, una baraccopoli dove è impossibile un censimento ma dove si presume vivano cinquecentomila persone. Vivere è un modo di dire. Anche se nessuno rinuncia alla "buglia", al baccano, alla festa. Basta passare un ponticello e ti ritrovi all'inferno: eppure qui la gente finge di vivere una vita normale. Fra le baracche scopriamo cinque discoteche e addirittura due "amablados", due bordelli. Ma anche una chiesa, con un missionario coraggioso, padre Mario. Eccola dunque la Colombia. La terra degli smeraldi e delle orchidee: potrebbe essere ricca e serena, e invece continua a piangere. &lt;br /&gt;Il nostro viaggio finisce vicino al Magdalena, un fiume grande quanto il Danubio, pieno di storie e di leggende, che Simon Bolivar scelse per l'ultimo viaggio. E fra le tante storie che si raccontano da queste parti ce ne sono molte che parlano di speranza. Non ci sembra giusto non renderne conto. E il nostro viaggio ci sembra realmente concluso solo fra queste facce giovanissime e belle che illumineranno il domani della Colombia. Come per dire che questo Paese non si rassegna. E vuole vivere.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;2000&lt;/i&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-83397771?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/83397771'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/83397771'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_10_20_archive.html#83397771' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-83181760</id><published>2002-10-18T12:08:00.000-07:00</published><updated>2002-10-18T12:08:04.450-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;C’ERA UNA VOLTA L’ALBANIA&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Per capire l’Albania bisogna venire qui, dove comincia, a nord. Lago di Skutari.  Quello e’ il Montenegro, vicinissimo, dove continua a partire un traffico scellerato. Lo chiamano della carne bianca. Donne e bambini, fragili, indifesi, rapiti e venduti, abusati. Un’insenatura, nascosta. Qui si rifugiano i traghettatori, ci sono ancora i segni. L’ultima ragazza salvata e’ Danica Pavicevic, del Kosovo, 16 anni, faccia e corpo da bambina. L’hanno strappata il mese scorso ai trafficanti. Solo l’anno scorso hanno salvato ventisei ragazze, moldave e rumene soprattutto, tre quest’anno. Sulle barche passa di tutto, non solo donne e bambini. Droga, innanzitutto. “&lt;i&gt;Ma al contrario. Adesso e’ l’Albania che produce &lt;/i&gt;– ci dice il capo della polizia di frontiera, Ardian Zaganjori -, &lt;i&gt;nella zona di Theth e dal Montenegro arriva in Italia&lt;/i&gt;. “ Ma con i clandestini cosa sta succedendo? E’ finito il traffico?, gli chiediamo. “&lt;i&gt;No, solo sospeso. C’e’ una lotta in corso tra i clan. Chi comanda e’ sempre la mafia turca. Da una parte spinge verso terra, dalla Slovenia, per far passare i clandestini in Italia. Dall’altra c’e’ sempre la via del mare ma non si parte piu’ da Valona, ma piu’ a nord da Durazzo. Diciamo che adesso vince il passaggio via terra”. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Passiamo davanti a una casa. Il poliziotto ci confessa: “&lt;i&gt;Li’ dentro c’e’ una famiglia segregata , da anni. Nessuno esce. Paura di una vendetta&lt;/i&gt;”. La legge del Kanun.&lt;br /&gt;Scendiamo verso Tirana. La capitale sembra un’altra. Bella, nuova, soprattutto colorata. Mai stata cosi’ colorata, la citta’ grigia quasi dimenticata. I problemi non sono finiti, ma solo accantonati, nascosti in una vita notturna da capitale europea. La faccia e’ diversa, le storie invece sempre le stesse e sempre drammatiche. Intanto vi raccontiamo quella di Aldina, diciannove anni. Rapita al centro di Tirana, venduta per tre milioni di lire, portata sul gommone a Valona, sbarcata a Lecce e poi una vita da prostituta per un anno e mezzo, a Milano. “&lt;i&gt;In un giorno guadagnavo anche due milioni. Sai, quattordici ore di lavoro..”.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;C’e’ invece chi si e’ salvato per un soffio. Per esempio, Sava, 14 anni. Venduta forse dai genitori. La riportano all’aeroporto di Rinas. L’aspetta il padre. Un destino segnato. Come quello di Niko, un bambino. Venduto per chiedere l’elemosina. Lui dice di no. Il fratello e’ stato venduto, lui no. Ma e’ una bugia. Ci sono poi i sogni infranti. Com’e’ successo a Kelmend , 17 anni: per tre volte ha tentato inutilmente di arrivare in Italia con il gommone, alla quarta c’e’ riuscito. Voleva fare il meccanico, ha passato un anno a nascondersi ed e’ tornato: ora fa il saldatore qui, a casa sua. Storie di gommoni. &lt;br /&gt;Scendiamo piu’ a sud. A Durazzo oggi hanno scoperto una raffineria di droga.  Soltanto negli ultimi due mesi la polizia albanese ha sequestrato piu’ di quattromila chili di eroina, tremila di marijuana, e sradicato centomila radici di hascish. Arrestate sessanta persone. Scrutiamo il mare. Dicono che adesso gli scafi partono da qui, ma evidentemente sono nascosti, non sono piu’ alla luce del sole come una volta. &lt;br /&gt;Ci fermiamo a Fier , il posto piu’ duro d’Albania, regno delle bande piu’ feroci, per raccogliere la storia triste di Altin, 17 anni, anche lui arrivato in Italia con il gommone e per un anno a Prato, a raccogliere elemosina a un semaforo. Quanto guadagnavi? “&lt;i&gt;Cinquanta, sessantamila al giorno. Non sono riuscito neppure a ripagarmi il viaggio che mi e’ costato un milione  e mezzo”.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Ed eccoci finalmente a Valona, una volta repubblica autonoma di scafisti e criminali. Adesso la musica e’ cambiata, garantisce il nuovo capo della polizia Neritan Nallbati. “&lt;i&gt;L’operazione Puna ha distrutto tutti i gommoni, abbiamo preso tutti gli scafisti, meno uno, un organizzatore, che adesso stiamo cercando&lt;/i&gt;”. Altri delitti? “&lt;i&gt;Furti soprattutto. E omicidi. Ci sono stati quattro omicidi quest’anno. Colpa della violenza che ancora non e’ estirpata. Ma Valona cambiera’&lt;/i&gt;”. Qualche ex scafista accetta di parlare.”&lt;i&gt;Per ora stiamo buoni, siamo tornati ai vecchi lavori, camionista,macellaio, ma Valona ha bisogno di aiuto. Se fra due anni le cose non miglioreranno, qui ricomincera’ tutto da capo, piu’ di prima&lt;/i&gt;”. La baia sembra diversa. Saliamo sulla motovedetta della guardia di finanza. Il mare e’ bello, pulito. Questo era il cosiddetto porticciolo dei gommoni, sulla costa di Karapulmi: adesso e’ deserto. Arriviamo sull’isola di Sezeno, la base del Delta Force. Ci sono anche gli uomini del battaglione San Marco. &lt;br /&gt;L’isola e’ arida, stupenda. I gommoni sequestrati sono tutti ammassati qui, quasi un monumento ai viaggi della speranza. L’idea del cimitero e’ concreta. Qui dentro c’erano stipati trentacinque clandestini: due sono morti qualche mese fa nello scontro con quella motovedetta. L’ultima battaglia. Torniamo a Valona e ci raccontano di un padre che ha venduto tutti e quattro i figli per seicento dollari. L’Albania sta cambiando, ma la strada e’ ancora lunga, e’ stata appena imboccata. &lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(Tv7 – Raduno, ottobre 2002)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-83181760?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/83181760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/83181760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_10_13_archive.html#83181760' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-82711279</id><published>2002-10-08T16:11:00.000-07:00</published><updated>2002-12-20T11:45:41.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;IN BOLIVIA, SULLE TRACCE DEL "CHE"&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;img src="http://www.celebritymorgue.com/che-guevara/che-guevara.jpg" width=289 height=175 align="right" border=0 alt= "che"&gt;  &lt;br /&gt;&lt;i&gt;Vallegrande &lt;/i&gt;- "Papa cansado", papa' e' stanco. Curioso codice per annunciare la cattura del nemico numero uno, quel diavolo di un "Che". L'annuncio per radio, l'8 ottobre di ventotto anni fa, fu dato all'allora colonnello Mario Vargas Solinas da un cubano, un omone alto e grosso della CIA che tutti conoscevano come "Max Gomez". Ufficialmente la cattura fu accreditata al generale Gary Prado Salmon, comandante del battaglione, ma tutti sapevano che il merito era del cubano. Era stato lui ad arrivare a Guevara. Qualche giorno prima aveva preso tre guerriglieri sulle montagne, era riuscito a farsi dire il nascondiglio del capo e poi li aveva uccisi, tutti e tre a sangue freddo. &lt;br /&gt;Adesso "Max Gomez", che in realta' si chiama Felix Ismael Rodriguez, abita a nord di Miami. Protagonista dell'affare Iran-contras, ha lavorato per trent'anni con la CIA soprattutto in America Latina ma anche in Vietnam. Nella sua grande casa in Florida ha messo in mostra molti di quelli che pomposamente definisce "trofei di guerra". Del "Che" conserva pensate, la cenere presa dalla pipa del guerrigliero poco prima di morire. L'ultima fumata. La cenere sta in una cavita' ricavata dentro l'impugnatura. La fa vedere a tutti. Nega invece che dal polso del "Che" appena ucciso strappo' l'orologio. Eppure quella violenza estrema ebbe una testimone. Una maestra elementare, l'unica che riusci' - oltre ai militari - a vedere e a parlare con il "Che" nelle ultime ore della sua vita. Allora insegnava nella scuola de La Higuera dove fu portato il guerrigliero arrestato. Adesso vive a Vallegrande, dove l'abbiamo rintracciata. &lt;br /&gt;Si chiama Julia Cortez. Nonostante sia vicina ormai ai cinquant'anni conserva ancora quella bellezza che, si dice, conquisto' il "Che". Ha un figlio. Il suo nome e' Ernesto, proprio come il "mio comandante": lo chiama ancora cosi'. Quando parla di lui si emoziona. Ricorda: "&lt;i&gt;Era mezzogiorno, il 9 ottobre del 1967. C'era molta confusione. Giravo per la scuola. Avevo rimandato i bambini a casa. Ero incuriosita. Dicevano tutti che era un diavolo, invece, mi sembrava tanto giovane, nonostante la barba, aveva quasi la faccia di un ragazzo. Lui mi guardava fisso. A un certo punto mi chiamo', mi chiese di fargli compagnia. Ma non eravamo soli, c'erano i soldati. Riuscimmo a stare soli un minuto il giorno dopo, prima che lo uccidessero. Aveva una voce penetrante e dolce. Non mi confido' nessun segreto, non parlammo mai di politica. Pensate, aveva nascosto nei pantaloni un bisturi, nessuno se n'era accorto, erano tutti euforici della cattura, neppure lo perquisirono. Un bisturi d'argento. Mi disse: guardalo, e' l'unica cosa preziosa che mi e' rimasta. E me lo regalo'. Poi mangiammo un piatto di zuppa. E' bello mangiare insieme, sorrise. Chiesi a quello della CIA quando lo avrebbero ammazzato e lui mi guardo' strano: perche' me lo chiedi? Perche' la radio ha detto che e' gia' stato ucciso. Non mi rispose. Qualche minuto dopo lo uccisero davvero ma non riuscii a vedere chi sparo&lt;/i&gt;'". Ufficialmente l'esecutore fu il sergente Mario Teran con carabina M-12. Ma c'e' chi dice che fu il cubano della CIA e altri, lo leggerete tra poco, accreditano nuove versioni. Dalla maestra Julia Cortez l'ultimo ricordo, quasi un testamento. "&lt;i&gt;Prima degli spari, dietro la porta, sentii il comandante che urlava: 'Dite a Fidel che presto la rivoluzione trionfera' e che l'America Latina potra' vivere finalmente felice&lt;/i&gt;'". &lt;br /&gt;Per arrivare a Vallegrande bisogna attraversare la Sierra boliviana. Inestricabile, proprio terra di guerriglia. Le strade sono impossibili. Da Santa Cruz ci vogliono sette ore in auto per arrampicarsi fino a duemila metri. Vallegrande ha seimila abitanti ma sembra poco piu' di un villaggio. Case basse, a un piano, abitate da indios duri, tenaci. Giriamo per i vicoli polverosi invasi dalle bancarelle e chiediamo del "Che". Da queste parti non hanno dubbi: il "Che" e' sepolto qui, ai lati dell'aeroporto. &lt;br /&gt;Quando arriviamo scopriamo che si tratta solo di una pista. Cioe' di un campo incolto che era usato come pista militare. Non solo: era anche il quartier generale dell'esercito. Ai quei tempi c'erano centinaia di buche: ci sono anche adesso. Ci accompagna il comandante della polizia di Vallegrande, un tipo che subito si lamenta: "&lt;i&gt;Sa quanti siamo? Cinque poliziotti in tutto, io e altri quattro. Come possiamo controllare un territorio cosi' vasto?" &lt;/i&gt;All'improvviso urla: "Hanno rubato il Che!". Esagera, naturalmente, ma in effetti ci sono segni di scavi recenti. Qualcuno di notte ha tentato una ricerca. Il tenente Rodimiro Guzman se la prende con due dell'esercito venuti dalla Capitale. Fa i nomi ma mi prega di non metterlo nei guai. Qualche giorno dopo la missione diventa ufficiale: il presidente De Lozada da La Paz manda ventotto soldati a scavare in mezzo agli alberelli di mimose. Scavano da giorni. C'e' anche un supertestimone, un sottufficiale dell'esercito che quella notte - dicono - manovrava l'escavatrice. Ma si nasconde con cura. Manda soltanto a dire che ha paura, perche' tutti quelli che "conoscevano il segreto sono finiti male, strane morti". &lt;br /&gt;E' la maledizione del "Che"?&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Ma quale maledizione&lt;/i&gt;", protesta Erich Blossi, un tecnico agricolo tedesco che sta qui dal '66. Sta all'aeroporto a curiosare. Vizio antico: fu lui a scattare la prima foto del cadavere all'ospedale. "&lt;i&gt;Ero un civile ma riuscii ad infilarmi. Ci sono molte ombre su questa storia&lt;/i&gt; - confida -. &lt;i&gt;Per esempio, il generale Salinas, quello che ha riaperto il caso? Il suo nome e' stato legato per anni al maggior narcotrafficante boliviano, Roberto Suarez. Bisognerebbe saperne di piu' su certi personaggi. Qualcosa non quadra:.&lt;/i&gt;Ma pensa che sia tutta una montatura? "&lt;i&gt;No, al contrario. Forse finalmente si potrebbe conoscere qualche verita'&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;Misteri. Ce ne sono tanti. Uno riguarda Tania, la compagna dell'ultima avventura del "Che". Dovrebbe essere sepolta nel cimitero, ma girano strane voci. Il cimitero e' dietro un muro diroccato, a pochi metri dalla pista e dagli scavi. Il guardiano e' Domingo Ocampo Vidaurre. Gli chiediamo di Tania. Un'eroina o, come sussurrano, una spia di Mosca? Tania era Tamara Bunker, ma entro' in Bolivia come Laura Bauer. E' vero che e' sepolta qui? "&lt;i&gt;Non lo so &lt;/i&gt;- ci risponde a sorpresa -. &lt;i&gt;Su quella che dovrebbe essere la sua tomba e' scomparso il nome durante una notte di tormenta. Qualcuno sostiene che il suo corpo e' stato portato via. Sto qui solo da dieci anni, non conosco la verita'. E nessuno mi autorizza a scoprirla. Del resto, che importanza ha ormai? Non e' mai venuto nessuno a cercarla, mai&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;Torniamo in paese. Troviamo un uomo, un ex guerrigliero. "&lt;i&gt;Ho combattuto con il Che, anche se non l'ho mai conosciuto&lt;/i&gt;", ammette. E' sicuro: "&lt;i&gt;Il corpo sta qui, me lo hanno detto tutti i miei compagni. E lo troveranno con la testa, non e' mai stato decapitato. Forse ha anche le mani. Per quanto mi fece capire il dottor Martin che esegui' l'operazione, gli sono stati tagliati solo gli indici per le impronte da dare agli americani. Purtroppo il dottor Martin non puo' piu' parlare. E' morto&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;Cerchiamo l'ospedale Senor de Malta. Alle spalle della struttura nuova, c'e' ancora il vecchio ospedale. Attraversiamo un cortile. Il medico che ci fa da guida ci mostra dove furono portati i corpi dei guerriglieri uccisi. Lui e' convinto che fossero in sette. "&lt;i&gt;Guevara e altri sei. Non capisco perche' tutti dicono cinque. Loro restarono nel cortile e Guevara invece fu portato alla lavanderia&lt;/i&gt;". &lt;br /&gt;La vecchia lavanderia esiste ancora, sta a pochi metri. E' diventato un luogo di culto. Troviamo graffiti su tutte le pareti gialle e scrostate. La scritta piu' frequente e anche scontata sottolinea che "El Che vive". Poche firme, le scritte sono quasi tutte anonime: "Seguiremos adelante, seras nostra estrella" (ti seguiremo, sarai la nostra stella), "Asasinato, seguimos tu camino", "El Che esta presente con sus ideas". E la piu' bella: "Che: eres de los muertos que nunca mueren" (ci sono dei morti che non muoiono).&lt;br /&gt;Ricordate quella immagini? Il corpo del "Che" sulla barella, a torso nudo, con gli occhi aperti. Dopo aver girato quelle immagini (a proposito fu un operatore mitico, Hermes, che ancora lavora in Messico), il cadavere fu affidato a due infermiere che lo lavarono, preparandolo alla sepoltura. Abbiamo ritrovato una di quelle due infermiere. Si chiama Susana Osinaga. Abita ancora a Vallegrande. Non e' ancora vecchia, anche se una frezza bianca le attraversa tutti i capelli. &lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Quella notte. La ricordo benissimo. Erano le tre. E noi eravamo giovanissime. Il Che aveva un buco di pallottola alla tempia destra e un altro al cuore. I soldati che ci stavano vicino ci hanno raccontato che la fucilazione era tutta una bugia. Il Che era stato ucciso con la pistola dal colonnello Zenteno. Un gesto di rabbia perche' Guevara gli aveva sputato in faccia. Quando e' arrivato, gli ufficiali ci hanno fatto lasciare tutti gli altri pazienti per pensare a lui. Gli abbiamo tolto i pantaloni, tutto. Curioso, aveva tre paia di calzini, faceva freddo in montagna. Lo abbiamo lavato e poi gli abbiamo messo un pigiama nuovo. Quegli occhi bianchi e aperti li ho ancora dentro: sembrava che ci guardasse. E quella barba crespa. Era bello, come un Cristo. Mi hanno detto anche che l'aveva tradito una contadina perche' i guerriglieri rubavano le galline. Ma la gente gli voleva bene, sapeste quanta gente e' venuta quella sera&lt;/i&gt;". &lt;br /&gt;E dove sta adesso? "&lt;i&gt;Non lo so. All'alba sono venuti a prenderlo. Quando l'ho lasciato era tutto intero. Non so dove l'hanno portato&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;Gia', "donde va a estar el pobre Che?", dove sara' il povero Che? ci chiede -e si chiede- il sindaco Hoover Cabrera. Ma se e' vero che e' sepolto nel suo paese, vuole che rimanga qui. "&lt;i&gt;Anche la figlia di Guevara, Aleida, ha ricordato che il padre diceva spesso che i guerriglieri devono riposare li' dove sono uccisi. E noi siamo pronti a costruirgli un mausoleo. Voglio anche che l'8 ottobre di ogni anno sia commemorata la sua morte&lt;/i&gt;". &lt;br /&gt;Un progetto solo in apparenza nobile e romantico. Il sindaco ha gia' ricevuto infatti una sostanziosa offerta per sfruttare turisticamente l'eventuale scoperta. L'idea e' di un'organizzazione milanese, la "Coopi" (sta per "cooperazione italiana") che opera da anni a Cochabamba. Paolo Barduagni, che ne e' il coordinatore, ha le idee chiare: il progetto puo' andare avanti anche se il corpo di Guevara non si trovasse. E' pronto infatti un piano generale di promozione della zona. La spina dorsale dovrebbe essere una "Ruta del Che", un cammino del Che che toccherebbe questo itinerario. 1) Accampamento centrale di Nancahuazu Guevara dove fondo' formalmente la sua guerriglia il 7 novembre del 1966; 2) Samaipata, il primo villaggio occupato, come dire la prima vittoria; 3) Vado del Yeso, la prima cocente sconfitta; 4) Quebrada del Yuro, il canyon dove il Che fu catturato; 5) La Higuera, dove fu detenuto e ucciso; 6) ospedale di Vallegrande, dove il cadavere fu mostrato al mondo; 7) dove (forse) il Che e' sepolto. &lt;br /&gt;E se le ricerche all'aeroporto andassero a vuoto? Nessun problema, la "ruta" si fermerebbe al punto sei. Anche perche' il sindaco Cabrera non e' disposto a rinunciare all'offerta: seicentomila dollari, quasi un miliardo di lire. E' proprio vero, "pobre Che", povero Che.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;1995&lt;/i&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-82711279?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/82711279'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/82711279'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_10_06_archive.html#82711279' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-82069421</id><published>2002-09-24T17:34:00.000-07:00</published><updated>2002-09-24T17:34:18.126-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;b&gt;"MONNEZZA CONNECTION": IL CROCEVIA DI PITELLI&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L'hanno sempre chiamato il golfo dei poeti. Cantato da Shelley e amato da Wagner. Da quando la collina che domina il porto e' stata deturpata, sfregiata alla Spezia, con molta amarezza, lo chiamano ormai il golfo dei veleni. I veleni sono sepolti nella discarica di Pitelli, al centro di un'inchiesta che porta molto lontano, al grande malaffare dei rifiuti tossici. Monnezza connection, migliaia di miliardi, veleni e misteri. Come una piccola nube gialla di cui non si e' riusciti ancora a stabilire le origini. Un giorno ha colpito quattro tecnici che sono finiti in ospedale, intossicati. Altri che lavoravano qui sono morti negli anni passati. Sicuramente un operaio e un camionista, colpiti accidentalmente dai gas. Ma si parla anche di un altro morto, forse addirittura sepolto nella stessa discarica. Quanta paura e quanti misteri. Fra i dubbi piu' allarmanti e' che anche i veleni maledetti di Seveso siano sepolti qui e anche quelli dell'Acna di Cengio, citata spesso nelle intercettazioni fra tecnici impegnati a Pitelli com'e' dimostrato a pag. 54 dei verbali giudiziari. Qualche pagina prima si parla anche dei prodotti rumeni, una conferma dalle confidenze che abbiamo raccolto fra gli investigatori. Tra i fusti ritrovati ci sarebbero infatti documenti scritti in "varie lingue europee", anche in cirillico. Dunque l'incubo del nucleare. Quello che nasconde la collina della vergogna lo stabilita' il collegio di periti nominato dal tribunale ligure. Certamente a Pitelli, la discarica della vergogna, sono gia' stati rinvenuti piu' di cento fusti tossici. C'e' di tutto, anche una vernice utilizzata esclusivamente per uso militare, per oscurare i radar. Ma c'e' soprattutto (lo ha gia' stabilito un laboratorio di Zurigo) la diossina come confermano il magistrato di Asti che ha aperto l'inchiesta, Luciano Tarditi, e il capo degli investigatori della Forestale che svolgono le indagini, Francesco Dellana del corpo forestale di Brescia. Associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Ecco la richiesta di rinvio a giudizio che ha portato a tredici arresti e quaranta indagati. Ci sono dirigenti Usl, geologi della Regione, funzionari civili del ministero della Difesa e due ammiragli. Un'inchiesta amministrativa parallela, condotta dal pm spezzino Massimo Scirocco, ricostruisce contemporaneamente in 113 pagine la storia di concessioni illegittime, firme false, progetti scomparsi e abusi non perseguiti relativi a Pitelli. Sotto accusa Regione e Comune, da studiare le posizioni di quasi tutti i sindaci che si sono succeduti alla Spezia dal 1979 ad oggi. Gli atti sono poi passato sul tavolo di Silvio Franz il magistrato spezzino che ha avuto in eredita' l'inchiesta da Asti.&lt;br /&gt;Secondo i verbali delle intercettazioni, i magistrati ipotizzano la presenza di una sorta di comitato d'affari che avrebbe gestito tutti i traffici illeciti. Dentro ci sarebbero faccendieri, esponenti della camorra e della mafia, attraverso legami e sofisticate intersecazioni societarie, come denuncia l’avvocato Roberto Lemma di Legambiente. Nell'agenda di uno degli indagati figurano anche il nome e i numeri di telefono di un personaggio certamente inquietante perche' al centro di mille affari, "Chicchi" Pacini Battaglia. Sono stati trovati nello studio di Romano Tronci, gia' sentito dal pool da Mani Pulite nell'ambito dei finanziamenti illeciti ai partiti e stretto collaboratore di Orazio Duvia, l'imprenditore spezzino ritenuto il re delle discariche, salito alla ribalta delle cronache nazionali perche' un giorno prelevo', attraverso sua figlia, dalla banca davanti all'ufficio tre miliardi e ottocento milioni in contanti, segno di grande liquidita'. Un patrimonio che il gip Diana Brusaca' ha sequestrato perche' sospetto frutto di attivita' illecite, decisione confermata dal Tribunale del riesame. Orazio Duvia, ora in liberta' dopo un mese di carcere, ha gestito per anni la discarica di Pitelli.&lt;br /&gt;A Pitelli, in attesa dei risultati delle analisi, gli scavi per ora sono bloccati. La discarica non aprira' piu', perche' il consiglio regionale ne ha deciso per la fine di marzo la chiusura. Ma intanto nel paese la gente ha paura e se la prende con tutti. Una paura che s’infila nei carobi, i vicoli di Pitelli, duemila abitanti, una volta un posto sereno, senza problemi. E se c'e' un paese che chiede la chiusura di una discarica, ce n'e' un altro che chiede con forza di non aprirla. Da un anno gli abitanti di Aulla, in Toscana ma solo a trenta chilometri dalla Spezia, lottano con un presidio e con una mitragliata di denunce contro l'apertura di Ca' Gaggino, a ridosso del deposito della marina militare e di un deposito della Nato. Hanno gia' inviato esposti a quattro procure, fra cui quella militare. Un'altra storia, di cui ci occupiamo poiche' c'e' un aspetto che la lega potenzialmente a Pitelli. Fra le decine di societa' che direttamente o indirettamente portano al gruppo Duvia ce ne sono alcune lontane, nel sud, ma altre vicine. Tre proprio ad Aulla dove hanno l'appalto per la raccolta dei rifiuti. Non solo. Nel '95, secondo il comitato, un'azienda di cui era socio uno degli indagati per la discarica di Pitelli avrebbe acquistato i terreni destinati alla discarica del Tuffolo, preferita a quei tempi a Ca' Gaggino. Evitiamo le complicatissime diatribe tecniche. Superando le polemiche l'assessore all'ambiente della provincia di Massa e Carrara ci presenta il progetto, sicuramente all'avanguardia, di Ca' Gaggino, e tranquillizza ufficialmente la popolazione sull'uso della discarica, secondo le decisioni prese all'unanimita' dal consiglio provinciale e accettate dalla conferenza dei sindaci della Lunigiana. &lt;br /&gt;Torniamo da dove siamo partiti. Dal golfo dei poeti e dalla grande paura. Sono almeno dieci le procure italiane, coordinate dalla procura nazionale antimafia, che stanno indagando su questa zona, la costa a meta' fra Liguria e Toscana, considerata un vero e proprio crocevia di rifiuti tossici verso i paesi della cooperazione. In un appunto ritrovato dai genitori sul taccuino di Ilaria Alpi c'era scritto "sei navi". Le navi dei veleni. La giornata del Tg3, prima di essere uccisa, intervisto' il sultano del Bosasa che gestisce quel tratto di costa somala individuato come uno dei dodici siti preferenziali per lo scarico dei rifiuti tossici dalla ditta Comerio. Grandi misteri che s'intrecciano con il traffico di armi che segue spesso le stesse vie. Nei verbali del rinvio a giudizio di Duvia c'e' l'intercettazione di una telefonata fra due tecnici di Pitelli, Roberto Cozzani e Luca Galli, che a proposito di triangolazioni citano la Oto Melara. Ma soprattutto agli atti ci sono le prove di un traffico illegale e sistematico di rifiuti secondo le dichiarazioni di tre testi definiti per sicurezza solo A. B e C. Traffico sistematico. Nel gennaio del 1990 un comandante della marina mercantile inglese segnalo' a Greenpeace che il molo 7 di La Spezia era ormai conosciuto in tutto il mondo come "the toxic berth" il molo dei veleni, punto di carico di rifiuti tossici diretti verso l'Africa. In un dossier presentato da Legambiente in un'assemblea pubblica sono ricostruite le rotte delle ventitre' navi dei veleni scomparse nel Mediterraneo. Molte sono passate o addirittura partite dalla Spezia. La storia sciagurata dei veleni comincia esattamente dieci anni fa, nel giugno del 1987 quando alla Spezia sono imbarcate 200 mila tonnellate di rifiuti tossici, destinazione Guinea Equatoriale. Nello stesso periodo la Rigel partita dalla vicinissima Marina di Carrara per l'ultimo viaggio, affonda il 21 settembre davanti alla costa campana. Venti persone sono processate per naufragio doloso. E poi la Radhost, la Latvia, e la "Jolly Nero", tutte partite tra gennaio e ottobre del 1988 per l'Africa. &lt;br /&gt;Il 18 gennaio del 1989 direttamente da Beirut attracca la "Jolly Rosso" con un carico di 4000 bidoni. Per quattro anni e mezzo il materiale tossico e' stoccato alla Spezia poi il 9 luglio del 1993 riparte. Il capitano di corvetta Natale De Grazia, 39 anni, consulente tecnico del pm reggino Francesco Neri, parte il 12 dicembre dell'anno scorso con l'incarico di interrogare proprio l'equipaggio della Jolly Rosso ma alla Spezia non arrivera' mai. L'ufficiale ha un malore durante il viaggio. L'autopsia, eseguita una settimana dopo il decesso e dietro presioni dei magistrat, non conferma l'ipotesi dell'infarto. Il 5 marzo del 1994 arriva alla Spezia dal Libano la "Jolly Rubino" con materiale ferroso proveniente dall'ex unione sovietica, con destinazione Sudafrica. In otto containers e' misurata una radioattivita' di 600 bequerel. Sessanta di quei fusti tossici andranno poi in Austria dopo il transito in Sudafrica. Il 21 ottobre del 1995 fa breve scalo alla Spezia la Koraline prima di Algeri e Marsiglia. Riparte il 5 novembre con 285 containers. E' l'ultimo viaggio. La mattina del 7 novembre affonda fra Ustica e Trapani per un falla. Nei containers anche uranio 238. Il 9 dicembre del 1995 la nave russa "Vjacheslav Shishkov" attracca proveniente dalla Tunisia. Riparte il 12 dopo aver sbarcato containers dove sono trovate tracce di Cesio 137, materiale altamente radioattivo.&lt;br /&gt;La storia non e' finita. Soltanto un mese fa i doganieri spezzini scoprono al porto un vasto traffuco con i paesi del terzo mondo di "Algofrene 12", un gas nesso al nando dall'Onu perche' considerato uno dei principali killer dell'ozono.&lt;br /&gt;L'interrogativo principale che deve sciogliere l'inchiesta e': la discarica di Pitelli era un punto di arrivo o semplicemente un passaggio o addirittura la partenza dei containers con i rifiuti tossici? Certamente da questo stupendo golfo o dai porti della vicina costa toscana sono partite quasi tutte le cosidette navi dei veleni. &lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-82069421?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/82069421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/82069421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_09_22_archive.html#82069421' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3793748.post-81797365</id><published>2002-09-18T17:36:00.000-07:00</published><updated>2002-10-08T16:24:12.000-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;img src="http://pinoscaccia.homestead.com/files/fotosarcofago.jpg" width=143 height=170 align="left" border=0 alt= "chernobyl"&gt;  &lt;br /&gt;&lt;b&gt;CHERNOBYL, VIAGGIO NELL'INFERNO&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Sono passati sedici anni dal disastro di Chernobyl. Fra i tanti reportage, anche difficili, che ho compiuto in questi anni il viaggio dentro la centrale del disastro mi ha sicuramente cambiato. &lt;br /&gt;A Chernobyl sono stato due volte. Nel 1991, a cinque anni dalla catastrofe, e nel 1996, per il decennale. Ecco il testo del servizio per il settimanale Tv7. Per riflettere.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11 ottobre,ore 20.20. Nuovo allarme alla stazione atomica di Chernobil. Un corto circuito provoca un'esplosione al turbogeneratore del reattore n.2. Per fortuna non si ripete l'apocalisse di cinque anni fa ma la nuova paura convince il presidente dell'Ucraina, Leonid Kravchuk -per la commissione parlamentare responsabile morale e politico del disastro- a prendere una decisione storica. Chiudere Chernobil. Il procedimento comincera' a gennaio ma secondo gli scienziati ci vorranno almeno dieci o quindici anni per considerare effettivamente morto l'inferno del mondo. Mai nessuno ha tentato finora di fermare una centrale nucleare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chernobyl in russo significa "le piante che crescono nella palude". Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e' piu' infido perche' invisibile. Il territorio e' stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo' arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe' al livello numero due. Al di la', dove il tasso di radiazione e' superiore di cinquanta volte a quello normale, e' assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. Ma bisogna lasciare l'auto e salire su un pullmino della stazione. E rispettare certe regole. Soprattutto non superare le cinque ore di permamenza. "Sarebbe molto pericoloso" ci dicono "perche' la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi". &lt;br /&gt;Il viaggio nell'apocalisse comincia da Kupovatoe, un villaggio dove alcuni vecchi contadini hanno deciso di tornare, sfidando la morte.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"Sono tornata perche' era impossibile vivere dove ci avevano sistemato. Tre o quattro famiglie per casa. E non c'era il giardino. Pensare che ci hanno messo due giorni per evacuarci. Paura? No, non ho paura. Sono vecchia ormai".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Ciao,mi chiamo Olga. Sono felice perche' e' la prima volta in vita mia che vedo un italiano". &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"Nessuno mi viene a trovare, neppure i figli. Hanno paura. Ormai non mi resta che aspettare la morte, qui. Spero che arrivi presto".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Se ho paura di stare qui? No, perche' la mia dose ormai l'ho presa, sara' quel che sara'. Sono dei criminali. Ci hanno fatto stare qui due giorni prima di evacuarci. E' gia' un miracolo che non siamo morti subito"&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Prima di andare via, ci offre i semi della sua campagna contaminata. Non abbiamo il coraggio di rifiutarli.&lt;br /&gt;Quando arriviamo a Chernobyl la temperatura e' scesa a meno dieci gradi. Si gela. La cittadina che ha dato il nome all'apocalisse non ne' deserta. Ci sono i tecnici e gli operai che ancora lavorano alla stazione. "&lt;i&gt;Mi sento un po' debole,nient'altro. Facciamo turni di quindici giorni poi scappiamo. Lo stipendio? Beh,e' il doppio rispetto alla media. Io guadagno quasi mille rubli al mese". &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Mille rubli, al cambio nero, oggi equivalgono a meno di dieci dollari. In lontananza, oltre questo cimitero di mezzi militari c'era un altro villaggio: e' stato raso al suolo e seppellito, come altri dodici nella zona. Cosi' come un intero bosco. Tutto sotto terra. L'inferno si avvicina.&lt;br /&gt;Entriamo a Pripyat , la citta' fantasma. "&lt;i&gt;Il partito di Lenin e' la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo&lt;/i&gt;" c'e' scritto all'ingresso. La citta' e' proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano cinquantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti finora sono stati cinquemila. E almeno il doppio sono destinati a morire entro breve tempo. &lt;br /&gt;L'atmosfera e' allucinante. Tutto e' come il 26 aprile dell'86. In un asilo il segno del tempo che si e' fermato: i pannelli dell'ex Unione Sovietica. Quante cose sono cambiate in cinque anni. Nessun giornalista straniero era fino ad oggi entrato nella citta' proibita. Valerj, il nostro "stalker", il contatto con la zona, ci permette di filmare. Quando entriamo in un palazzo scopriamo perche'. "&lt;i&gt;Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma e' una musica di dolore".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Fra Pripez e la stazione nucleare, accanto a una serra, c'e' quello che chiamano il "poligono biologico". E' la zona degli esperimenti, dove sono stati piantati i semi raccolti nel bosco irrimedibilmente contaminato, morto da tempo. Le chiamano le piante mutanti. "&lt;i&gt;Gli aghi di un pino normale crescono a coppie, cioe' due alla volta. Qui sono tre o quattro. Altri crescono direttamente dal tronco. E il tronco, cioe' il legno, qualche volta e' morbidissimo altre volte e' duro come quello di un faggio. Alcuni pini mutanti neppure hanno il tronco. Gli scienziati hanno accertato trentadue fattori mutanti. Che delitto per la natura".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;La centrale atomica e' ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c'e' il reattore n.2, quello dell'apocalisse. Tecnicamente e' stato spento,ma di fatto il cuore atomico e' ancora attivo. Arriviamo a meno di duecento metri dall'incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce. &lt;br /&gt;Qualcuno, due anni fa, e' addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell'esplosione. Per la prima volta in assoluto siamo in grado di mostrarvi questo eccezionale e irripetibile documento. Qui dentro non sopravvivono neppure i batteri. Si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. "&lt;i&gt;E' come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore&lt;/i&gt;", ci dicono.&lt;br /&gt;Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta li' in fondo, dietro il tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine. Quella notte e' esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Arriviamo nella sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l'unico insieme al numero uno che ancora funziona. &lt;br /&gt;Ma che e' successo quella notte? L'ultima testimonianza dall'inferno e' di Serghei Sharshun, capoturno di allora."&lt;i&gt;Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche' non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra' mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro' qui fino alla fine perche' e' il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Il viaggio, compiuto rigorosamente entro le cinque ore, e' finito. Quando usciamo il controllo ci definisce per fortuna ancora "chisti", puliti. Ma uscendo nella notte di Chernobyl si sentono ancora i rantoli cupi del mostro in agonia. L'incubo resta. &lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;("Tv7" / Raiuno – aprile 1991)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;IL MISTERO DELL’AREA 51&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;L’esercito Usa soltanto di recente ha ammesso l’esistenza della base di Groom Dry Lake, più comunemente conosciuta come Area 51. La base è da anni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica perché ritenuta implicata in numerosi episodi legati agli extraterrestri. Un satellite l'ha fotografata e le immagini circolano su internet. La zona militare situata nel deserto del Nevada, dove vengono sviluppati i cosiddetti "black projects" del Pentagono, non compare in nessuna mappa, dunque esiste. Quell’area l’ho visitata molti anni fa (il 4 ottobre del 1995) anticipando di molto, al Tg1, le immagini di una zona solo virtualmente segreta. Ecco il testo. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lasciamo Las Vegas, forse la citta' piu' folle (e piu' falsa) del mondo, prima dell'alba. Il viaggio per arrivare all'Area 51 e' lungo e pieno di insidie. Bisogna percorrere almeno duecento chilometri di deserto. Il problema e' che l'Area 51 ufficialmente non esiste, nessuna carta la segna, e dunque bisogna trovarla. Oltretutto dicono che e' molto pericoloso sbagliare. Si sfiorano le basi militari e le sentinelle sparano prima di chiedere informazioni. Appena fuori Las Vegas, arriviamo al confine con la piu' grande delle basi militari statunitensi: e' la base Nellis. Da qui sono partiti gli aerei per il Kuwait. Ma e' qui soprattutto che si sono svolti, o forse si svolgono ancora, esperimenti nucleari. Non solo. Secondo un rapporto rigorosamente top-secret il 10 dicembre 1964 un'astronave aliena sarebbe atterrata nel perimetro della base. Un distaccamento armato comandato da un colonnello si sarebbe avvicinato all'astronave. Improvvisamente dall'oggetto sarebbe uscito un umanoide di corporatura tozza e un potente fascio di luce avrebbe paralizzato tutti i soldati. Le prove di quell'incontro ravvicinatissimo sarebbero ancora qui. Proseguiamo il viaggio. Il territorio e' arido, spezzato solo dalle "giosciua'" le piante del deserto. &lt;br /&gt;Ci dirigiamo verso White Sides Mountain, dove dovrebbe essere l'Area 51. Incontriamo militari. Ci controllano i documenti. Ma non possiamo filmare. Riusciamo a scoprire molto in lontananza i contorni di una base. Ci fermiamo lo stretto necessario per documentarla. Il Nevada e' un territorio molto esteso, 93 miglia quadrate con appena due milioni e mezzo di abitanti, quasi tutti concrentrati a Las Vegas e Reno. Il resto e' deserto, quasi interamente occupato da basi militari.&lt;br /&gt;Passata la cittadina di Alamo, arriviamo finalmente nell'area 51. Quattro case a ridosso delle montagne, un centro di ricerca.&lt;br /&gt;"Siamo nel deserto del Nevada, 150 chilometri a nord-ovest di Las Vegas. Questa e' l'area 51, una zona neppure segnata sulle carte geografiche. Al di la' di quelle montagne c'e' la base militare piu' segreta degli Stati Uniti.&lt;br /&gt;Agli inizi degli anni '90, un esperto di fisica, Bob Lazar, rivelo' di aver esaminato all'interno dell'area 51 nove navi spaziali aliene per incarico dell'esercito americano. Le autorita' smentirono subito, negando anzi l'esistenza stessa della base. Siamo in grado ora di dimostrarvi che questa base esiste, grazie a un documento eccezionale e segretissimo. Eccola la base dell'area 51. Una base immensa che occupa un'intera vallata. La foto e' stata scattata da Glenn Campbell, un appassionato di Ufo che ha raccolto in un dossier tutto il materiale che riguarda quello che definisce il mistero di Groom Lake. In questi giorni si e' rifugiato nel New Mexico per sfuggire pare all'arresto.&lt;br /&gt;La base negata, la base che non esiste inizio' la sua attivita' nel '54. In questi hangar, in queste piste di decollo e in questi laboratori e' nato l'aereo spia U2 della Lockheed e tutta la serie degli aerei invisibili fra cui il Blackbird. Sembra che ora si stia lavorando al progetto Aurora, 15 miliardi di dollari, per produrre nuovi aerei spia capaci di volare a otto volte la velocita' del suono.&lt;br /&gt;Una base perfetta per nascondere anche segreti di altro tipo, legati a fattori extraterrestri. Le rivelazioni di Bob Lazar, sarebbero confermate dal generale Wright Patterson che avrebbe visto con i suoi occhi nella base nove corpi di piccoli umanoidi conservati in condizioni criogeniche particolari. Avrebbe inoltre saputo da personale della base di altri trenta corpi e di cinque astronavi Ufo. Ci sarebbero inoltre le dichiarazioni giurate di due altri ufficiali dell'aereonautica in merito a questi umanoidi. Alti sotto il metro e mezzo, pelle grigiastra, tutti esseri macrocefali, occhi leggermente obliqui, niente naso, assenza di peli e capelli, orecchie piccole, bocca quasi a fessura.&lt;br /&gt;Al centro di ricerca troviamo Sharon Singer. Ci racconta che sua madre ha visto atterrare un'astronave.&lt;br /&gt;"Una grande luce azzurra. Mia madre mi ha sempre parlato di quella luce. A distanza di dieci anni ancora e' sotto choc. Una luce talmente forte che non le ha permesso di vedere altro. Ha intuito un paio di figure, non molto alte, ma non e' riuscita a distinguere altro".&lt;br /&gt;L'astronave vista dalla signora Singer sarebbe atterrata proprio qui, in questo spiazzo che gli abitanti della zona conoscono benissimo perche' c'e' una cassetta postale. E forse quell'astronave e' finita, insieme alle altre, dentro la base. Forse e' fra quelle studiate da Lazar.&lt;br /&gt;Cerchiamo altre tracce. Troviamo curiosamente un pupazzo di alieno, ricostruito in base alle testimonianze di chi l'ha visto. E' grigio, assolutamente grigio e con tutte le caratteristiche descritte nel rapporto del generale Patterson. Forse aveva ragione Einstein quando diceva: "La gente ha indiscutibilmente visto qualcosa".&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Tg1 (4 ottobre 1995)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;AFRICA, UN CONTINENTE IN AGONIA&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;L'estate scorsa sono tornato in Africa. L’obiettivo era un rapporto sulla desertificazione che tanti guasti sta creando in tutto il mondo. Per la prima volta sono andato nei villaggi, ho dormito nelle capanne, vicino a un popolo che non aveva mai visto un bianco. Sono rimasto commosso e sconvolto. Li’, in Kenya, ho capito quanta gente c’e’ da amare, quanto possiamo aiutarla e che disastro abbiamo combinato noi del cosidetto mondo civile. Ho sentito di essere nel centro della terra, dov’e’ nata l’umanita’, e che da li’ bisogna ripartire. Ho conosciuto quest’Africa grazie all’AMREF, una fondazione di medicina e ricerca che davvero opera con grande sacrificio e con grandi meriti. Dovremmo tutti aiutarla. Hanno bisogno di aiuto concreto e anche d’amore. &lt;/i&gt;&lt;b&gt;www.amref.org &lt;/b&gt;&lt;b&gt;www.amref.it&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo e’ territorio dei Turkana, una tribu’ che per sete, e per fame, sta scomparendo. Il segno dell’agonia e’ in questo villaggio, Lorus, abbandonato in fretta. Sono scappati anche perche’ non ci sono grandi speranze neppure per novembre, la stagione delle piogge. Attraversiamo questo mare di sabbia gialla e asciutta e una terra cosi’ secca da spaccarsi. Pensare che quando pioveva in questa piana, Lottikipi, l’erba era cosi’ alta che non si vedeva l’orizzonte. Adesso quelli che erano fiumi sono sentieri bruciati dal sole. &lt;br /&gt;Seguiamo le tracce della grande fuga dei Turkana attraverso le carcasse degli animali. Ritroviamo quel che resta della tribu’ vicino agli ultimi pascoli. Prima si spaventano. Molti di loro non hanno mai visto un "muzungu", un bianco. Le donne si nascondono, con i bambini. Poi si riunisce il consiglio dei vecchi. Decidono che possiamo essere utili.&lt;br /&gt;Il capo villaggio si chiama &lt;i&gt;&lt;b&gt;Keyonga.Loowa &lt;/b&gt;&lt;/i&gt;Non sa cos’e’ un microfono ma capisce che e’ li’ dentro che deve urlare il suo grido di dolore e il suo appello disperato."&lt;i&gt;Mungu, Dio, ha buttato le chiavi dell’acqua. Stiamo morendo tutti. Non importa per noi che siamo vecchi. Ma muiono anche i bambini. E non e’ giusto che devono ancora vivere la loro vita. Ma non si puo’ vivere cosi’, senza acqua e senza cibo e con i nemici, i Tobosa, che vogliono toglierci anche quel poco che ci resta. Venite e salvarci, il mondo ha il dovere di salvarci&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;La fiducia non e’ tanta, se a pochi passi si continua pregare Mungu. Dio. Ecco, questa e’ la danza della pioggia. Un canto senza gioia, eppure negli occhi di tutti c’e’ ancora speranza.&lt;br /&gt;La siccità è’’ la più grave mai registrata nella storia della regione. Tre mesi fa il governo di Nairobi ha dichiarato lo stato di calamità. E il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato che le scorte alimentari sono praticamente esaurite. Secondo le organizzazioni mondiali almeno due milioni e mezzo di persone hanno immediato bisogno di cibo solo in questa zona. Fonti governative riferiscono che circa metà della popolazione rurale e poco meno di un terzo di quella urbana non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare. Nelle zone maggiormente colpite dalla siccità il 90% dei fiumi è ormai completamente senz'acqua, e l'80% del bestiame è già morto. &lt;br /&gt;Le cronache dell'ultimo mese somigliano a un bollettino di guerra. Manca il sangue e le poche scorte si deteriorano per la mancanza di elettricità. Per sfamarsi le popolazioni si cibano della fauna, mentre si diffondono malattie legate alla denutrizione. A rischio soprattutto i piu’ piccoli. L'Unicef stima che solo in Kenya circa 80 mila bambini rischiano di morire per una combinazione fatale di malnutrizione e infezioni. &lt;br /&gt;L’Africa dunque sta morendo. Per sete, per fame, per le malattie e per le guerre. In questo momento sono quindici i conflitti che insanguinano il continente piu’ vecchio del mondo.&lt;br /&gt;In pieno territorio Turkana, entriamo nell’ospedale di Lopiding a cercare di segni di una delle tante guerre africane infinite e dimenticate. Siamo a Lokichogghio, la zona piu’ in crisi del Kenya e forse di tutto il continente nero, crocevia di calamita’ e guerre. Non sono lontani i confini con Uganda ed Etiopia, soprattutto e’ vicino quello con il Sudan. L’Etiopia e’ sicuramente fra i Paesi piu’ colpiti dalla siccita’ oltre che dalla guerra. Otto milioni sono a rischio e per evitare il disastro, secondo le Nazioni Unite, servono almeno 900 mila tonnellate di cibo. Uno sforzo che equivale a quasi 400 miliardi di lire. &lt;br /&gt;Qui a Lopiding sono ricoverati tutti i feriti della devastante guerra sudanese. Per capire abbiamo scelto di raccontarvi la storia di Peter. E’ giovanissimo ma si sente gia’ un guerriero. Ha dodici anni. Nel suo paese la guerra va avanti da una ventina d’anni e dunque lui non sa neppure cosa sia la pace, una vita senza odio.. Dice, quasi con orgoglio, di aver perso la gamba nei combattimenti, ma e’ saltato su una mina, davanti casa.. Non sa perche’ ci si uccide. Peter ha lasciato un disegno in infermeria. Per lui il nemico e’ King Kong,. La guerra, da queste parti, puo’ essere l’unico gioco. Ma e’ uno sterminio. Gia’ due milioni di morti. &lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Yvonne Del Prado/ direttrice ospedale:&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"E’ una guerra lunga, dura , come tutte qui in Africa. Da qualche giorno sono ripresi i bombardamenti e non possiamo piu’ andare a soccorrere i feriti, a trasportarli qui, all’ospedale. Ma qui non vengono solo i feriti di guerra, vengono anche donne e bambini che muiono di fame e di malattie. Cerchiamo di aiutare tutti. Ma non e’ facile. I motivi della guerra sono ufficialmente religiosi..Quelli del nord mussulmani contro quelli del sud cristiani"&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Ma il mondo sa perche’ ci si uccide. . Il Sudan e’ il Paese piu’ grande dell’Africa. Il meridione e’ ricco d’acqua e potrebbe risolvere la crisi di siccita’ dell’intero Corno d’Africa ma soprattutto, ci spiegano, il Sudan galleggia nel petrolio. &lt;br /&gt;Di bambini ce ne sono molti nell’ospedale. Non servono parole. Bastano i loro sguardi. Tristi e fieri. Nel padiglione numero quattro ci sono le mamme con i neonati. Una mamma sudanese canta la ninna nanna per il suo bambino, uguale a tutti gli altri bambini del mondo, con la sola colpa di essere nato in un posto sfortunato. Povera Africa, dove i bambini non sorridono piu’.&lt;br /&gt;Il giorno dopo accompagniamo medici dell’Amref (fondazione africana per la medicina e la ricerca) nei villaggi del nord. Un viaggio, per fortuna, ormai ordinario. Un medico impianta nel villaggio una sorta di clinica mobile. Controlla i piu’ fragili, vecchi e bambini, fa le vaccinazioni. Non si lamentano, ma sussurrano tutti, come un’invocazione al cielo: magi, acqua. Quelli che sono piu’ gravi sono ricoverati a Lokichogghio, all’ospedale vero e proprio. I medici dell’Amref cercano di arginare la strage sanitaria. &lt;br /&gt;Una malattia micidiale, e fra le piu’ diffuse, conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, e’ l’ idaditosi. , un parassita infido e devastante trasmesso dai cani.&lt;br /&gt;Quant’e’ lontano il Kenya dei turisti, eppure e’ ad appena un’ora di volo. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Mujma Albanus/ direttore ospedale Lokichoggio&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Questo ragazzino e’ proprio sforunato. Era gia’ stato operato, vedete la cicatrice, ma il tracoma e’ tornato, i parassiti hanno attaccato il fegato e la pancia si e’ nuovamente gonfiata. Bisogna aprirlo, operarlo di nuovo. Ma lui e’ forte, ce la fara’ e finalmente potra’ essere un bambino normale, come tutti gli altri quando il tracoma sparira’&lt;br /&gt;Si calcola che in quest’Africa assetata, asciutta, arida, il novanta per cento delle malattie e’ direttamente o indirettamente collegato alla mancanza d’acqua potabile. La situazione e’ al limite di guardia".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;.Nel villaggio masai di Olki-Rama-Tiari scopriamo gli effetti sconvolgenti del trakoma, un’infezione che colpisce gli occhi fino a portare alla cecita’. Jeremy Samcaire, un monitor (come lo chiamano) dell’Amref fa il giro dei villaggi per controllare il livello dell’epidemia. La medicina, pensate, e’ cosi’ semplice: poche gocce d’acqua per salvare la vista di un bambino. &lt;br /&gt;La malaria e l’Aids restano naturalmente i grandi nemici di questo continente in agonia. &lt;br /&gt;L’emergenza sanitaria e’ coperta, in maniera eccellente, dai "Flying doctors" di Amref. Con base a Nairobi, operativi 24 ore su 24, coprono un territorio immenso, grande quanto l’Europa occcidentale. Un impegno molto gravoso perche’ qui l’emergenza e’ assolutamente ordinaria. E non riguarda solo la popolazione del posto. Mentre siamo alla loro base, arriva una turista olandese colpita da malaria a Lamu, sulla costa&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Tommy Simmons/ direttore Amref Italia&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"In vaste aree del Kenia la situazione si fa ogni giorno più 'drammatica', e nei prossimi mesi, almeno fino a novembre, non potrà che peggiorare Molte famiglie hanno terminato le scorte dell'anno scorso e sopravvivono soltanto grazie ai sussidi alimentari: anche se dovesse finalmente piovere ad ottobre, molti agricoltori non avranno le sementi per le nuove colture. Oltre al consueto impegno nel campo della medicina, della prevenzione e dell'educazione sessuale e riproduttiva, AMREF è impegnata già da anni sul terreno della salute ambientale con la costruzione di pozzi e la realizzazione di corsi per la protezione di sorgenti: quest'ultima catastrofe conferma, tuttavia, che serve un salto di qualità. In futuro bisognerà cercare di favorire nuovi programmi integrati per la salute dell'ambiente e delle popolazioni locali, superando gli steccati (e le diffidenze) che oggi dividono le organizzazioni sanitarie da quelle impegnate nella tutela dell'ambiente. L'altra grande preoccupazione è legata ai cambiamenti climatici. Non sappiamo ancora se la crisi del Kenia, e le siccità di fine Novecento, siano dovute effettivamente al riscaldamento globale del pianeta"&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Muoiono gli uomini e muiono gli animali. Da queste parti, come in nessuna altra parte del mondo, le loro vite sono legate. Sta scomparendo inesorabilmente anche una delle tribu’ piu’ antiche e conosciute. Siamo in pieno territorio Masai, a Magadi. &lt;br /&gt;Ai margini dell’inferno, incontriamo un vecchio pastore, &lt;i&gt;&lt;b&gt;Oleshani&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;, con i suoi figli. Le sue povere bestie che cercano un cibo che non c’e’ sono il simbolo della catastrofe ambientale&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Se non mangiano loro, non mangiamo neppure noi E gli animali sono troppo deboli ormai per spostarsi piu’ lontano. Quando stanno per morire li uccidiamo e li mangiamo. Oppure li uccidiamo prima, quando vediamo che sono alla fine. Per ora resistiamo. Ma poi? Cosa mangeranno i miei figli quando tutte le bestie saranno finite? Il mondo deve venire qui a vedere. Noi non abbiamo futuro&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;Alle spalle di Oleshani e dei suoi figli c’e’ un lago. Lo chiamano il lago salato, ma non e’ sale: e’ soda. Soda caustica: corrode tutto e tutti. Lo spettacolo e’ allucinante. Siamo al confine con la Tanzania. I fenicotteri beccano l’acqua in cerca dei gamberetti. Loro sono gli unici che ancora hanno da mangiare. La natura comunque e’ generosa. Anche la soda, che brucia, puo’ costituire la salvezza. Questa fabbrica rappresenta la salvezza economica della zona. E’ nata una citta’, vicino al lago. Sembra un’oasi. Qui c’e’ da mangiare e da bere. Ma purtroppo i fortunati sono pochi.. &lt;br /&gt;Chi ancora ce la fa scappa dall’inferno. Ed e’ forse l’aspetto piu’ triste. L’esodo dei Masai, pastori e guerrieri belli e alteri, e’ arrivato fino alle porte di Nairobi, da dove vennero cacciati. Quasi la metafora, drammatica, di un mondo che muore proprio dove e’ nato. &lt;br /&gt;Ma di chi e’ la colpa? Solo della natura? A Nairobi incontriamo la piu’ popolare ambientalista del Kenya, presidente dell’associazione Greenbelt.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Wangari Maathai, ambientalista&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"Qui dicono che la grande siccita’ sia una maledizione di Dio perche’ siamo stati cattivi . Forse e’ vero. Forse stiamo pagando molte colpe. Noi uccidiamo la natura e la natura si vendica. Si abbattono gli alberi, per vendere carbone e non si lavora piu’ la campagna, scappando nell’inferno delle citta’. Bisogna cambiare l’educazione. Io credo molto nei giovani. Ma bisogna fermarsi in tempo. Se continuiamo cosi’ cosa restera’ ai nostri giovani? L’Africa non ci sara’ piu’". &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Certo le cause del rischio di desertificazione sono in gran parte legate al surriscaldamento globale, che sta prosciugando un Kenya gia’per quattro-quinti del territorio arido o semi-arido, ma il processo e’ sicuramente accellerato dal grande consumo di legna. Un allarme denunciato da decenni. Queste sono immagini rare di "Alcune Afriche", un documentario girato da Alberto Moravia nel 1975. Il continente e’ cosi’ povero che il settanta per cento della popolazione delle aree rurali e’ interamente dipendente dal legno, ma anche il cinquanta per cento delle popolazioni urbane usano il legno, soprattutto sotto forma di carbone. Le foreste sono violate, depredate, uccise. &lt;br /&gt;Visitiamo una scuola di Intasopia. Il processo educativo avanza. Un giovane masai che vuole diventare ingegnere, non sogna piu’ di cacciare il leone. Adesso (canta) gli basta un viso bagnato di pioggia.&lt;br /&gt;Chi ha la forza, e la voglia, di resistere, riesce a sopravvivere nelle campagne. Questo sembra un miraggio. Un pozzo, in un’azienda agricola, a Ysinia e un sistema di irrigazione che trasforma il deserto in un’oasi. Limoni, cipolle, arance, insalata, anche l’albero del pepe.Gente fortunata. Ma comunque la natura da’ da vivere, se non si sente tradita. Nelle campagne di Vaulin una vecchia contadina ci fa vedere i raccolti del suo orto. Pochi, ma sufficienti. Piselli e il frutto del bau-bab, l’albero del pane. Ci mostra come si spacca. Viene una minestra dolce, buona, ci spiega compaciuta. &lt;br /&gt;Ed eccola Nairobi, capitale per caso. Nata semplicemente perche’ qui finiva (e finisce) la prima ferrovia che dalla costa di Mombasa trasportava (e trasporta) persone e soprattutto merci nell’interno. Nairobi, in lingua masai, significa "la citta’ delle dolci acque". Oggi sembra una sciagurata ironia. E’ una megalopoli piena di contraddizioni, magica e disperata, malata di traffico e di miseria, abitata da gente generosa e criminali.&lt;br /&gt;La sorvoliamo. Laggiu’ c’e’ l’inferno. E’ la piu’ grande delle cinque baraccopoli di Nairobi. Settecentomila abitanti, il quartiere si chiama Kibera. Per tutti e’ il quartiere maledetto. &lt;br /&gt;Il treno ancora taglia in due il quartiere come secoli fa. Passa quattro volte al giorno. Molta gente sale spesso senza sapere dove andare ma soltanto, come dicono in Africa, per smuovere il tempo, per fare qualcosa. E’ qui, in questo inferno, che finiscono drammaticamente le speranze dei Masai, e di tutte le altre tribu’, in cerca di salvezza. Fuggono dalla natura arida, ingenerosa, non hanno la forza di aspettare e s’infilano nel tunnel senza sapere che qui di speranze ne hanno ancor meno.&lt;br /&gt;E’ un mondo a se stante, Kibera. Con le sue leggi. Il giorno prima che venissimo qui hanno ucciso un ragazzo colpevole di aver rubato. L’hanno giustiziato, lapidandolo. Quel ragazzo non mangiava da giorni. Era comunque destinato a morire.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Andrea Makana / capo quartiere Kibera&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;"L’emergenza piu’ grande e’ quella sanitaria. Qui si sta male e si muore per poco. Se ci si ammala non ci sono medici ne’ medicine. La salvezza viene da questo ospedale che sta costruendo l’Amref. Forse allora, quando sara’ pronto, i nostri bambini potranno salvarsi".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Oggi e’ domenica. Sembra una domenica come tante. Il vestito della festa e la partita di calcio, fra due squadre studentesche del quartiere. L’aspetto piu’ allucinante forse e’ questa idea di normalita’. Chi vive nell’inferno si sente in un posto qualsiasi.I bambini sorridono, tutti sorridono.. &lt;br /&gt;L’incontro con una povera prostituta rafforza quest’idea. L’impressione e’ di essere arrivati alla fine del tunnel. &lt;i&gt;&lt;b&gt;Mary Nlaga &lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;ha trentacinque anni e quattro figli. Lavora, mi dice, da dieci anni. &lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Perche’ lo faccio? E’un mestiere come tanti. Ho una famiglia. Servono soldi. Che c’e’ di diverso da altri lavori? Devo dare da mangiare ai miei bambini, il mio uomo non ha lavoro. Farei qualsiasi lavoro per loro. Si’, sono felice.. Ho da mangiare. Ma .un giorno smettero’, quando avro’ tanti soldi, smettero’ e lascero’ il Kenya. Ogni volta, si’ insomma a ogni lavoro, prendo cinquanta scellini, meno di un dollaro. La strada, lo so, e’ lunga".&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Non molto lontano da Kibera, c’e’ un altro quartiere di fango. Piu’ piccolo,a forse piu’ duro dove gira molta droga, ci dicono. E’ qui, a Karlobanghi, che ci sentiamo veramente alla fine del tunnel. Incontriamo due donne colpite dall’Aids. Malate terminali. Sepolte vive. Per fragilita’ fisica e per pudore vivono (vivono?) nascoste, al buio. . E’ come se fossero gia’ morte. Parlano con un filo di voce.&lt;br /&gt;La prima si chiama &lt;i&gt;&lt;b&gt;Magret Wangico&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;, ha solo ventitre’ anni ma gia’ due figli. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;"Mi sento sola. Il mio dramma e’ di stare sola. Mi hanno lasciato tutti. I miei bambini, mio marito, mio padre. Cosa penso? Non penso, non esisto piu’. Spero di morire presto. Ma spero anche che tutti gli altri malati non siano lasciati cosi’ soli. Non e’ giusto abbandonarci. Noi abbiamo bisogno di aiuto, soprattutto abbiamo bisogno di amore. E’ l’unica cosa importante che posssiamo portare dall’altra parte della vita". &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Due capanne piu’ in la’ abita &lt;i&gt;&lt;b&gt;Scolastica Wajman&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;. Ha trent’anni e tre bambini. Loro non l’hanno abbandonata. Due , un maschio e una femminuccia,. sono fuori la capanna. Non la lasciano mai.&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Si’, io sono fortunata. Ho ancora i miei figli. Il mio uomo se ne e’ andato, ha paura, ma non importa. Mi interessa dei miei figli. Sento di morire giorno dopo giorno, soffio dopo soffio, ma devo restare bella, devo essere bella, per loro. Sto mettendo i miei abiti migliori. Quando saro’ diventata brutta, chiedero’ ai miei figli di non vedermi piu’. Sento che non manca molto&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;L’Aids sta facendo una vera strage in Africa. Si parla di oltre 23 milioni di malati, l’85 per cento del totale nel mondo. Colpite in modo particolare le donne Un dato preoccupante se si pensa che le donne incinte trasmettono con facilità il virus al feto: L’anno scorso più di mezzo milione di bambini sono stati infettati dalle madri. Secondo le statistiche fra dieci anni, nel 2010, in Africa ci saranno quaranta milioni di orfani. L’unico sistema per fermare la strage e’, anche in questo caso, educare. Come al centro Kibwezi dove l’Amref sta portando avanti un family planning, un programma sanitario familiare. Ci sono molte donne, con i loro bambini. Questa voglia di riscatto e’ la grande speranza dell’Africa.&lt;br /&gt;Alla fine del viaggio, attraversiamo la Rift Valley, smisurata, incredibile, emozionante..Qui, secondo gli scienziati, ha avuto origine la specie umana. E’ avvolgente, come una grande culla. &lt;br /&gt;Questa non puo’ essere la terra dell’inferno. &lt;br /&gt;Quasi nascosto, ecco verso est il parco Tsavo, territorio della tribu’ dei Kamba. &lt;br /&gt;Si’, eccola, e’ questa l’Africa. &lt;br /&gt;Quattro leonesse stanno preparando l’attacco a una mandria di bufali. L’astuzia contro la forza bruta. E’ scontato: anche stavolta vinceranno le regine della savana, cioe’ l’astuzia. &lt;br /&gt;Addentrandoci nel parco, incontriamo elefanti, zebre, struzzi, impala, oltre alle immancabili giraffe. Giochiamo con le scimmie. Al primo lago, scopriamo un miracolo della sopravvivenza. Gli ippopotami che convivono con i coccodrilli. Una volta si sbranavano. Adesso stanno insieme, vicini. E forse ci insegnano qualcosa. L’ennesima lezione della natura.&lt;br /&gt;Asante sana, Africa. Grazie.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;("Frontiere" / Raiuno, settembre 2000)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;GLI ORCHI DELLA PORTA ACCANTO&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;L'ORRORE DELLA PEDOFILIA&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;a cura di Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PEDOFILIA . &lt;i&gt;Si calcola che, in tutto il mondo, siano due milioni e mezzo i bambini sfruttati sessualmente Secondo una stima del Censis in Italia ci sono 21 mila casi di pedofilia ogni anno (e si parla solo di violenze carnali e molestie gravi). Le denunce pero’ sono soltanto 600 l’anno. La giustizia comunque va avanti e sono circa 1000 i processi ogni anno per bambini abusati o maltrattati. Il 35 per cento riguarda bambini sotto i tre anni. Un particolare terribile e’ che in piu’ del 60 per cento dei casi sono stati giudicati colpevoli i parenti delle vittime. Gli abusi, dunque, avvengono in famiglia.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;La regione dove si sono registrati l’anno scorso il maggior numero di casi e’ la Lombardia, con 157 casi. Seguita subito dopo dal Lazio (121) , Piemonte (72), Sicilia (69), Toscana (65) e via via Campania, Puglia, Emilia Romagna e Veneto.&lt;/i&gt; (fonte polizia criminale)&lt;br /&gt;INTERNET. &lt;i&gt;Il giro d’affari che ruota intorno alla pedofilia e’ gigantesco. Qualcosa come 8000 miliardi l’anno soltanto con Internet. Ci sono, pensate, 50 mila siti dedicati alla pedofilia in tutto il mondo con 2 milioni di bambini coinvolti e 12 milioni di immagini e foto. Ci sono 40 mila chat-room per pedofili. Oltre al mercato tradizionale, non line, ingrossato da 25 milioni di cassette e cd-room per pedofili. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;I baby-navigatori negli Stati Uniti sono 25 milioni, cioe’ i bambini che navigano ogni giorno per ore nella rete. Si calcola che fra quattro anni, nel 2005, sfioreranno i 45 milioni. Uno su quattro ha dichiarato di aver esplorato un sito porno. Uno su cinque ha avuto proposte a sfondo sessuale. &lt;/i&gt;(fonte Disney)&lt;br /&gt;&lt;i&gt;In Italia sono un milione e mezzo i bambini in eta’ scolare che usano il computer (65,4%). Quelli che navigano in Internet sono 350 mila. Il 73% ha dichiarato di navigare da solo, ossia senza adulto vicino. &lt;/i&gt;(fonte Eurispes)&lt;br /&gt;I PICCOLI SCHIAVI. &lt;i&gt;Bambini usati, violati ma anche sfruttati, uccisi dal lavoro in un'eta' in cui dovrebbero soltanto giocare. Li chiamano i piccoli schiavi. Secondo le ultime stime sono 250 milioni in tutto il mondo i minori, dai cinque ai quattordici anni, costretti a lavorare: e in condizioni assolutamente inumane. Un fenomeno tristemente noto soprattutto nel nord-est asiatico. E’ recentissima una tragedia in Cina dove quarantuno bambini sono morti mentre costruivano fuochi artificiali per mantenersi a scuola.&lt;br /&gt;Ma la denuncia dei nostri sindacati ora e' allarmante. Sarebbero infatti fra i 300 e i 500 mila addirittura i bambini costretti a lavorare in Italia. Il caso esplose tre anni fa quando la morte di un dodicenne da un'impalcatura in Puglia fece scoprire la triste storia delle bambine di Francavilla Fontana, tra i dodici e i tredici anni, costrette a cucire camicie in seminterrati privi di finestre, spesso chiuse a chiave, per mille lire l'ora, dalle 7 di mattina alle 8 di sera. Secondo il Parlamento europeo le aree produttive piu' a rischio sono proprio quelle tessili. Laboratori clandestini (sia al nord che al sud) quasi sempre impegnati per "griffe" di fama mondiale. Purtroppo un fenomeno in pieno sviluppo perche' - spiegano gli esperti - legato strettamente alla disoccupazione.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;BAMBINI VENDUTI. &lt;i&gt;Sono tremila i minori che scompaiono ogni giorno in Italia. Come dire, dieci al giorno. Ognuno con la sua storia, sempre comunque allarmante. Ci sono vittime di disgrazie ma ci sono molti, troppi bambini venduti, usati, violati. intoccabili. Ci sono in effetti fra questi anche molti bambini che scompaiono volontariamente: tutte piccole storie all'interno della grande drammatica storia del disagio giovanile. Forse non casualmente la regione dove il numero di minori scomparsi e' il piu' alto e' proprio la Campania cosi' piena di problemi e di contraddizioni sociali.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Ci sono i bambini usati dalla mafia (chi non conosce la realta’ dei cosidetti baby-killer, sicari gia’ a quattordici anni) ma ci sono anche come dicevo tanti bambini venduti, per le adozioni talvolta, ma anche per gli organi. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;CAMON, "E' PATOLOGIA INTIMAMENTE VIOLENTA"&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;SPESSO RITORNANO E LASCIANO SUL TERRENO LE LORO VITTIME PREDILETTE: BAMBINI E BAMBINE INDIFESI. LA MANO E' SEMPRE LA STESSA: UN ADULTO 'PEDOFILO' CHE FINGE 'AMORE' CHE INVECE E' ODIO, SFREGIO E DISTRUZIONE DEL MINORE. "LA PEDOFILIA E' UNA PATOLOGIA INTIMAMENTE VIOLENTA E QUELLO CHE COLPISCE E' CHE SIA RITENUTA UN FATTO PRIVATO: INVECE E' UN ATTEGGIAMENTO ANTISOCIALE". E' QUANTO SOSTIENE FERDINANDO CAMON SCRITTORE E SAGGISTA. "MI CHIEDO COME SIA POSSIBILE NON VEDERE LA VIOLENZA CHE C'E' IN UN ATTEGGIAMENTO SIMILE - AGGIUNGE - NEL QUALE QUALCUNO AMBISCE A POSSEDERE IL CORPO DI CHI NON E' NELLE CONDIZIONI DI POTERSI DIFENDERE ED OPPORSI". EPPURE SULLA PEDOFILIA COME PATOLOGIA CI SONO DUBBI E PERPLESSITA'. "&lt;br /&gt;&lt;b&gt;DON DI NOTO: “PORTEREMO AVANTI LA NOSTRA MISSIONE” &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;"TELEFONO ARCOBALENO - DICE DON DI NOTO - CONTINUERA' LA SUA OPERA CON L'IMPEGNO E LA COMPETENZA DI SEMPRE ED ANZI, RENDE NOTO CHE NEGLI ULTIMI DUE MESI HA INOLTRATO ALLE AUTORITA' DI POLIZIA DI TUTTO IL MONDO E ALLA POLIZIA ITALIANA 501 DENUNCE, MENTRE NELLA SOLA GIORNATA DI IERI SONO STATE INOLTRATE 24 SEGNALAZIONI PER 51 SITI PEDO-PORNOGRAFICI". "RESTA L'AMAREZZA - CONCLUDE IL SACERDOTE ANTIPEDOFILIA - PER LA QUESTIONE DEI SITI INTERNET ITALIANI CHE NONOSTANTE LE DECINE DI DENUNCE INOLTRATE DA TELEFONO ARCOBALENO RESTANO PERENNEMENTE ATTIVI E VENGONO AGGIORNATI COSTANTEMENTE CON FOTO NUOVE DI BAMBINI SEMPRE PIU' PICCOLI, TALUNI MARCHIATI CON TATUAGGI COME LE BESTIE".&lt;br /&gt;&lt;b&gt;CREPET, E' BUSINESS COME MAFIA E CAMORRA &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;ANCHE GLI PSICOLOGI NON RIMANGONO STUPITI DAL FENOMENO "PEDOFILI-CRIMINALI". "CHE NON FOSSERO UN GRUPPO DI BONTEMPONI, INCAPACI DI ORGANIZZARSI, SI SAPEVA, COME PURE CHE LA PEDOFILIA RIGUARDA SEMPRE PIU' SPESSO CLASSI SOCIALI MEDIO ALTE E PROFESSIONISTI CAPACI DI DIFENDERSI". LO HA DETTO LO PSICOLOGO PAOLO CREPET, COMMENTANDO L'ARRESTO DEI PEDOFILI A ROMA. "OGGI - HA PROSEGUITO - SI FA MOLTO DI PIU' RISPETTO A IERI CONTRO IL FENOMENO ED E' QUINDI DEL TUTTO EVIDENTE CHE CI SIANO RESISTENZE, CON LA DIFESA ANCHE ORGANIZZATA". PER CREPET, "D'ALTRA PARTE LA PEDOFILIA E' UN BUSINESS E NON E' MOLTO DIFFERENTE DALLA MAFIA E CAMORRA E UN BAMBINO COSTA POCO E RENDE MOLTO". LO PSICOLOGO HA QUINDI SUGGERITO DI ANDARE FINO IN FONDO ALLE DENUNCE, ANCHE SE CIO' FA ANCORA PAURA: "OCCORRE, A MONTE, AVERE PIU' COLLABORAZIONE CON LA FAMIGLIA E LA SCUOLA, FACENDO MOLTA ATTENZIONE AI BASISTI DEL FENOMENO CHE ESISTONO IN TUTTI I LUOGHI".&lt;br /&gt;&lt;b&gt;PARSI, "SCUOLA E FAMIGLIA I PEGGIORI PERICOLI"&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;SCUOLA E FAMIGLIA I LUOGHI IN CUI SI ANNIDANO I MAGGIORI PERICOLI PER I BAMBINI. LO SOSTIENE ANCORA UNA VOLTA (MA "SONO ANNI CHE LO DICO", RIBADISCE), LA PSICOLOGA DELL'ETA' EVOLUTIVA MARIA RITA PARSI, DOPO L'INDIVIDUAZIONE DI UNA NUOVA RETE DI PEDOFILI A ROMA. "SCUOLA E FAMIGLIA SONO LUOGHI DI RISCHIO E NON DI TUTELA PER I BAMBINI", CONFERMA PARSI E SUGGERISCE DUE LINEE D'AZIONE PER COMBATTERE LA PEDOFILIA. "E' NECESSARIO - DICE - FORMARE I FORMATORI, DARE INDICAZIONI PRECISE AGLI EDUCATORI E A TUTTI COLORO CHE SONO IN CONTATTO CON I BAMBINI. E POI BISOGNA CHE I PICCOLI SIANO MESSI IN GRADO DI RICONOSCERE IL PERICOLO. QUANDO NON SONO PICCOLISSIMI, I RAGAZZI SAREBBERO PERFETTAMENTE IN GRADO DI DIFENDERSI SE FOSSERO EDUCATI DIVERSAMENTE E SE SOLO CONOSCESSERO I PROPRI DIRITTI".&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;b&gt;La banda romana di pedoterroristi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Le chiamavano "zone di caccia". I bambini erano studiati, controllati, seguiti. Poi adescati. Con la complicita' del bidello diventavano vittime di video choc da vendere. Ma non solo. Ci sono le prove che quei poveri bambini erano anche venduti. Un giro di prostituzione minorile che coinvolge professionisti e imprenditori, alcuni molto noti, di Roma, almeno una quarantina. Dai capi della scellerata organizzazione i carabinieri si aspettano ora nomi e circostanze. Per ore sono stati interrogati, per capire fino a che punto erano concreti i progetti terroristici, quel fronte armato pedofilo messo in piedi da Roberto Marino, 37 anni, l'ex poliziotto passato alla pubblica istruzione, considerato l'ideologo del gruppo. E’ rinchiuso in isolamento in un carcere romano dal 2 ottobre, quando fu arrestato davanti alla vecchia madre nella sua casa di Cinecitta’ dove aveva accumulato prodotti chimici altamente tossici da usare contro tutti quelli che combattevano la pedofilia. "Sono stato violentato da piccolo in collegio" ha confessato per spiegare la perversione. Sicuramente aveva trovato un grande alleato in Giuseppe Buonviso, 34 anni, ex carabiniere, ora buttafuori in un locale notturno. Ma anche in altri, fra cui un medico e un infermiere, violenti e assetati di denaro. Tutti personaggi gia' denunciati, piu' volte, molto tempo fa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Adesso il lupo solitario ha paura. Roberto Marino, 37 anni, ex poliziotto e ideologo del pedo-terrorismo, da otto mesi e’ rinchiuso in isolamento nel carcere di Rebibbia. In una lettera a un amico confida le sue improvvise angosce: "temo che me la faranno pagare qua dentro". Certamente, per gli inquirenti, le sue responsabilita’ sono pesantissime. Nel manuale trovato in casa, al momento dell’arresto, oltre alle istruzioni dettagliate per adescare i bambini, anche i folli progetti contro tutti i nemici della pedofilia, fra cui una contaminazione alimentare e una guerra chimica nelle metropolitane. Il lupo solitario, come si definisce il capo dell’organizzazione scoperta a Roma, adesso e’ veramente solo perche’ i suoi piu’ stretti collaboratori, l’ex carabiniere Giuseppe e il bidello Franco (quasi nonno: sua figlia e’ in stato di gravidanza) ieri negli interrogatori a Regina Coeli hanno negato ogni addebito, imputando ogni responsabilita’ a Roberto. Devono ancora essere sentiti gli altri tre arrestati: un infermiere, che secondo l’accusa drogava i bambini, un ragazzo di 19 anni, Andrea, che organizzava gli incontri e forse la figura piu’ squallida, un uomo gia’ pensionato a 40 anni che avrebbe spinto alla prosituzione i suoi figli di 11 e 14 anni. Ma intanto stamattina in Procura e’ stato sentito un testimone, E.C., un giovane omosessuale che conosceva tutta la banda degli orchi perche’ fra i luoghi privilegiati per l’adescamento, oltre a una sala giochi del centro, c’era anche una discoteca per gay sulla Casilina. E mentre continuano ad emergenze particolari agghiaccianti su prestazioni e cifre (anche 180 milioni pagati da ricchi imprenditori per una vacanza sessuale con minori) non accenna a diminuire l’angoscia dei genitori, anche oggi in fila con le foto dei figli dai carabinieri per essere rassicurati. Ma e’ sicuro nella scuola dove sono stati.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;IL SESTO CONTINENTE&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio, fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo -pensate- addirittura trenta miliardi di persone. Il primo allarme, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, riguarda il 2025: fra trent'anni dovremmo essere undici miliardi di esseri umani. &lt;br /&gt;Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. Nel Duemila a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati dove esiste il lavoro ma soprattutto dove ancora valgono certi diritti dell'uomo, la liberta' innanzitutto.&lt;br /&gt;"La societa' di domani - ci ha detto il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario. Dobbiamo capire che i gruppi sociali, etnici, gli Stati sono troppo piccoli e devono aprirsi verso gli altri. Soltanto in questa accettazione dell'altro potremo arricchire noi stessi".&lt;br /&gt;Per monsignor Luigi Di Liegro, direttore della Caritas romana, un eroe degli emarginati, morto qualche anno fa "questi fratelli vengono da noi perche' qui e' possibile avere forse quella solidarieta' che sempre hanno visto come un valore della nostra civilta' e trovano anche la possibilita' per cercarsi un futuro migliore, in Paesi piu' fortunati. Il problema dunque e' di carattere spirituale, cioe' di formare nella coscienza della gente, nei giovani in modo particolare, sentimenti di tolleranza e di rispetto".&lt;br /&gt;Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Ostia o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure come la storia della giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Questo e' il nuovo razzismo, non piu' solo ideologico, ma un razzismo diverso, legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Assistiamo in questi giorni a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi: dall'est Europa, dalla ex Jugoslavia, dalla Somalia e dal Ruanda sconvolti dalla guerra, da Cuba. Un movimento che scatena spesso un'altra guerra che hanno gia' definito la "guerra fra poveri". E' lo scontro fra chi e' senza lavoro e non ha casa, gente che non ha la stessa pelle ma ha gli stessi problemi.&lt;br /&gt;Un sondaggio svolto dalla comunita' Sant'Egidio nei licei di Roma ha dato esisti sconcertanti ma precisi: sette studenti su dieci non vogliono gli stranieri perche' -la risposta unanime- tolgono lavoro. "Credo che quarant'anni di benessere, di ricostruzione, di dopoguerra - sostiene Mario Marazziti, direttore della comunita' - bene o male questa fase di forte consumismo, da noi come in tutto l'occidente, abbia creato una disabitudine a farsi carico gli uni degli altri dei prolemi di quelli che stanno peggio. L'intolleranza verso chi e' stranieri e' legata all'intolleranza verso chiunque ci ponga dei problemi. Questa e' una societa' che deve ricostruire una cultura dell'accoglienza".&lt;br /&gt;Tahar Ben Jelloun, un immigrato dal Marocco in Francia, racconta in un libro la sua esperienza di isolamento, di estrema solitudine, la miseria affettiva di tutti quei nord-africani strappati dalla loro terra, divisi dalla famiglia, sdradicati dalla loro cultura e costretti a vivere in Europa, umiliati e rifiutati, per guadagnare un pezzo di pane privo di ogni soddisfazione. Jelloun definisce quelli come lui "i nuovi dannati". Forse dovremmo davvero sforzarci di capire il dramma di queste persone che ormai incontriamo sempre piu' di frequente per strada. Il problema, se permettete, e' anche pratico, non solo morale: di quegli otto miliardi e mezzo di persone che saremo fra trent'anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosidetto mondo civilizzato, gli altri sette miliardi verranno dai Paesi in via di sviluppo. Come non tenerne conto, pensando soprattutto che il trenta per cento di "noi" sara' vecchio, fuori dell'eta' produttiva? &lt;br /&gt;Bisogna abituarsi all'idea di vivere insieme. Non e' difficile. Ci diceva una volta Kpan Teabbev Simpice, un giovane ingegnere proveniente dalla Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere cio' che ci unisce, che ci mette insieme".&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;TUTTA LA STORIA DI YLENIA&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Se fosse viva, adesso avrebbe piu’ di trent’anni. E’ nata infatti il 29 novembre del 1970. L’ultima volta e’ stata vista a New Orleans otto anni fa, il 6 gennaio del 1994. Da allora tanti avvistamenti, tante voci (anche recenti), grandi polemiche con il padre, Albano, ma nessuna certezza. Ylenia e’ sparita. Ho seguito le sue tracce per piu’ di un anno. Ho sempre sperato fortemente che fosse viva, perche’ ho sempre voluto bene a quella ragazza bella, ribelle, misteriosa. La sua storia ha coinvolto tutti. E anche gli amici della tribu’ continuano a chiedermi notizie, quantomeno la storia. Ed ecco dunque il motivo di questo dossier.&lt;br /&gt;A New Orleans ho trovato testimoni che mi hanno giurato: due settimane quel presunto tuffo suicida nel Missisipi la ragazza italiana era viva, beveva birra Elephant ed era in compagnia di Masakela. Sono stato nella sua stanza, ho parlato con chi l’ha conosciuta. Poi sono stati trovati documenti di una permanenza nei Caraibi. Poi mi hanno di un viaggio in Australia di tutta la famiglia Carrisi. Poi ho incontrato la nonna, Linda Christian, che mi ha detto: "La mia dolce Ylenia e’ viva. Sta con il suo amore, un giovane chitarrista di David Bowie, conosciuto a Milano". Poi sono stato a Cellino San Marco. Un pilota militare mi ha detto al microfono: "A giugno ho visto Ylenia a casa sua". La scomparsa risaliva al 6 gennaio, sei mesi prima. Quella sera Albano, ricordi bene, mi ha insultato in diretto. Sono andato a trovarlo. Ne ho ricavato solo altri insulti, anche pubblici. &lt;br /&gt;Un giorno sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" ha scritto di me: "Peccato, il Paese dei Biagi e dei Montanelli non merita figli del genere".&lt;br /&gt;Io gli ho risposto: "Certo. Peccato anche che tutti i cantanti non siano Ray Charles o Frank Sinatra".&lt;br /&gt;Ho cercato di portarlo in tribunale. Lui non ha mai fatto una denuncia di scomparsa. Dalla procura di Roma, dove un pm ha tentato di aprire un fascicolo, l’inchiesta e’ stata trasferita con procedure assolutamente irregolari a Brindisi, dove e’ finita in un cassetto.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La storia. &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;1 GENNAIO 1994&lt;/i&gt;, ORE 14 E 30. IN CASA CARRISI SUONA IL TELEFONO. E' YLENIA, LA FIGLIA PIU' GRANDE DI AL BANO E ROMINA POWER. TELEFONA PER FARE GLI AUGURI E RASSICURARE I GENITORI: "SONO A NEW ORLEANS IN UN ALBERGO DI PASSAGGIO, PIU' TARDI LO CAMBIO. MI FARO' RISENTIRE". DA QUEL MOMENTO, PIU' NULLA. LA TELEFONATA, PREANNUNCIATA DALLA RAGAZZA, NON ARRIVA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;25 GENNAIO 1994&lt;/i&gt;. LA NOTIZIA DELLA SCOMPARSA DI YLENIA FA IL GIRO DEL MONDO. LA POLIZIA DELLA LOUISIANA SI METTE AL LAVORO ED ACCERTA CHE L'ULTIMA VOLTA IN CUI LA RAGAZZA E' STATA VISTA VIVA RISALE ALLA SERA DEL 6 GENNAIO. LA PROPRIETARIA DELL'ALBERGO "LE DALE", DOVE YLENIA ALLOGGIAVA CON ALEXANDER MASAKELA, SASSOFONISTA DI COLORE ULTRA CINQUANTENNE, RICORDA DI AVERLA VISTA USCIRE "SOLA, CALMA E PERFETTAMENTE LUCIDA". ALEXANDER MASAKELA VIENE ARRESTATO ED INTERROGATO. NELLE SUE TASCHE VENGONO TROVATI I TRAVEL-CHEQUE ED IL PASSAPORTO DI YLENIA. IL SASSOFONISTA ASSERISCE DI NON SAPERE NULLA DELLA RAGAZZA E VIENE RILASCIATO. NEL FRATTEMPO, ANTHONY CORDOVA, GUARDIANO DELL'ACQUARIO COMUNALE DI NEW ORLANS, SOSTIENE DI AVER VISTO (SEMPRE LA SERA DEL 6 GENNAIO) UNA DONNA SOMIGLIANTE ALLA CARRISI GETTARSI NEL MISSISSIPPI, AL GRIDO "APPARTENGO ALLE ACQUE". GLI ELICOTTERI DELLA U.S. COAST GUARD ED I SOMMOZZATORI SETACCIANO 145 CHILOMETRI DI FIUME, INUTILMENTE.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;27 GENNAIO 1994&lt;/i&gt;. ORE 10 DEL MATTINO. AL BANO E ROMINA POWER LASCIANO L'ITALIA E RAGGIUNGONO NEW ORLEANS PER AFFIANCARE GLI INVESTIGATORI. I DUE CANTANTI PARTECIPANO AL PROGRAMMA "AMERICA'S MOST WANTED" E FANNO STAMPARE OLTRE MILLE MANIFESTI CON LA FOTO DELLA FIGLIA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;1 FEBBRAIO 1994 &lt;/i&gt;: LA POLIZIA DELLA CAPITALE DELLA LOUISIANA FERMA IL MUSICISTA NERO ALEXANDER MASAKELA, QUASI SESSANTENNE, CHE CON YLENIA AVEVA CONDIVISO UNA STANZA IN UN ALBERGHETTO. MASAKELA VIENE RILASCIATO QUALCHE GIORNO DOPO. INTANTO ALBANO E ROMINA SI RECANO NEGLI STATI UNITI PER CERCARE LA FIGLIA, E PARTECIPANO FRA L'ALTRO A UN "CHI L'HA VISTO" LOCALE. IL GIORNO DOPO, IL 2 FEBBRAIO, LA VICENDA SEMBRA AD UNA SVOLTA. I GIORNALI PARLANO DI CONTATTI TRA AL BANO E LA MAFIA LOCALE. IL CANTANTE E LA MOGLIE SMENTISCONO. LE PISTE SI MOLTIPLICANO COSI' COME LE IPOTESI. SEMPRE IL 2 FEBBRAIO IL DIRETTORE DELL'FBI A WASHINGTON, LOUIS FREEH, TELEFONA ALL'AMBASCIATORE ITALIANO A NEW ORLEANS E CONFERMA "LA SCESA IN CAMPO" DELL'FBI&lt;br /&gt;&lt;i&gt;24 MARZO 1994&lt;/i&gt;: LA PRESENZA DI YLENIA VIENE SEGNALATA A SANTO DOMINGO; CIRCOLA ANCHE LA FOTO DI UNA RAGAZZA CHE SEMBRA ESSERE PROPRIO LEI, MA DOPO QUALCHE GIORNO UNA SUA "SOSIA" SPIEGA DI AVER LAVORATO NELL'ISOLA CARAIBICA IN QUEL PERIODO: LA FOTO SAREBBE LA SUA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;4 APRILE 1994&lt;/i&gt;. UN INVESTIGATORE PRIVATO PERUGINO, RANIERO ROSSI, "RIVELA" CHE YLENIA SI TROVA IN EFFETTI A SANTO DOMINGO, MA SI NASCONDE DAI GENITORI E VUOLE ESSERE DIMENTICATA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;11 APRILE 1994&lt;/i&gt;: ALTRO COLPO DI SCENA. IL REGISTA ENZO MARRA SOSTIENE DI SAPERE DOVE SI TROVI YLENIA ED I MOTIVI DELLA SUA SCOMPARSA. IL SETTIMANALE TEDESCO "BILD" INTERVISTA IL REGISTA (CHE NEL FRATTEMPO STA PREPARANDO UN FILM SULLA VICENDA) E TITOLA "YLENIA CARRISI E' VIVA, E' IN MESSICO ED E' INCINTA". I CONIUGI CARRISI CHIEDONO IL SILENZIO STAMPA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;12 AGOSTO 1994. &lt;/i&gt;IL CONSOLE ITALIANO, FABRIZIO MAZZA, CONFERMA CHE LE POSSIBILITA' CHE IL MISSISSIPPI RESTITUISCA IL CORPO DI YLENIA, QUALORA LA RAGAZZA FOSSE AFFOGATA, SI SONO PRATICAMENTE AZZERATE.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;17 AGOSTO 1994&lt;/i&gt;: UN GIORNALE TEDESCO, CITANDO IL REGISTA ITALIANO ENZO MARRA, SCRIVE CHE YLENIA, IN AVANZATO STATO DI GRAVIDANZA, SI NASCONDE IN SVIZZERA, E CHE I GENITORI NE SONO AL CORRENTE. LA FAMIGLIA SMENTISCE SECCAMENTE.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;15 SETTEMBRE 1994&lt;/i&gt;. AL BANO PARLA PER LA PRIMA VOLTA, IN UNA LUNGA INTERVISTA AD "OGGI", DELLA FIGLIA SCOMPARSA. IL CANTANTE SVELA L'IMPORTANTE RUOLO AVUTO DA SOFIA LOREN NELLA TRISTE VICENDA, "E' LA PERSONA CHE PIU' MI HA AIUTATO E DATO UNA MANO IN QUESTI NOVE MESI DI ANGOSCIA PER YLENIA", E RACCONTA I MOMENTI DI SPERANZA E DI SCONFORTO CHE SI ALTERNANO NEI CUORI DELLA FAMIGLIA.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;21 OTTOBRE 1994 &lt;/i&gt;UN TESTIMONE INTERVISTATO IN DIRETTA AL TG1 DICHIARA DI AVER INTRAVISTO YLENIA, L'ESTATE SCORSA, NELLA CASA DEI GENITORI: ERA DEBILITATA, SI REGGEVA IN PIEDI A FATICA, ED E' RIENTRATA IN CASA ACCORGENDOSI DI ESSERE STATA NOTATA. "SE YLENIA TORNERA' SAREMO NOI A DARE PER PRIMI LA NOTIZIA", DICHIARA IL PADRE, CHE ACCUSA ALCUNI "SCIACALLI" DI SPECULARE SULLA TRAGEDIA DELLA SUA FAMIGLIA. ALCUNI GIORNI PIU' TARDI LA PROCURA DI ROMA ATTIVA UN'INDAGINE SULLA SCOMPARSA DELLA RAGAZZA&lt;br /&gt;&lt;i&gt;9 NOVEMBRE 1994&lt;/i&gt;. AL BANO RILASCIA UN'INTERVISTA ALL'AMICO PIPPO BAUDO. "YLENIA HA VARCATO UNA PORTA PROIBITA", AFFERMA IL CANTANTE E DICE DI "AVER PERSO OGNI ILLUSIONE" DI TROVARE SUA FIGLIA. INTANTO IL REGISTA MARRA STA PREPARANDO UN FILM: "YLENIA, LO SPIRITO DI SATANA". LA PRETURA DI BRINDISI SEQUESTRA LA PELLICOLA PER IL SUO CONTENUTO PORNOGRAFICO. MA LO "SCIACALLAGGIO", COME LO DEFINISCE IL PADRE DI YLENIA, NON FINISCE QUI.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;17 DICEMBRE 1995&lt;/i&gt;. IL MENSILE "LA VOCE DELLA CAMPANIA" ESCE CON IL TITOLO "YLENIA UCCISA IN UN RITO VOODOO". NELL'ARTICOLO IL DIRETTORE DELLA TESTATA SOSTIENE CHE IL VIMINALE NE E' A CONOSCENZA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;dal nostro inviato a New Orleans&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(Testo del servizio di Pino Scaccia al Tg1 delle ore 20 &lt;br /&gt;in onda il 6 gennaio 1995, primo anniversario della scomparsa)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da questo telefono, il primo gennaio dell'anno scorso, Ylenia ha parlato per l'ultima volta con la madre, a Cellino.&lt;br /&gt;Entriamo nella stanza di Ylenia. E' la "B one", al primo piano. Due letti, uno specchio, poche cose. Qui ha dormito, in compagnia di Alexander Masakela, sicuramente sette notti: dal 30 dicembre al 6 gennaio.&lt;br /&gt;Leonard Dale, il vecchio proprietario dell'albergo, ricorda il Capodanno. "Ho mandato su due birre per festeggiare, poi Ylenia mi ha chiesto di abbassare la musica, aveva sonno".&lt;br /&gt;Cinque giorni dopo, e' uscita da sola ed e' sparita. Un altro vecchio, il guardiano dell'acquario, quella stessa sera ha visto una ragazza bella, bionda e triste buttarsi nel Mississipi, proprio in questo punto dove s'incrociano le correnti. Ora Albert Cordova, ci dicono, non lavora piu', e' in pensione ma la sua testimonianza e' considerata tuttora la piu' attendibile. Anche per il console italiano, Fabrizio Mazza.&lt;br /&gt;Le indagini pero' non sono affatto chiuse. Lo conferma il portavoce della polizia di New Orleans, Sam Fradella. "L'anno scorso -ci dice- sono scomparse 1167 persone. Quindici non sono state ancora ritrovate e il caso della Carrisi e' fra questi. Continuiamo a cercare, verifichiamo tutte le segnalazioni".&lt;br /&gt;Certamente molte testimonianze cozzano con quella di Cordova. Un pescatore di origini croate, un imprenditore toscano, il barista- Ray- di questo locale nel quartiere francese e soprattutto quella di due fratelli siciliani, Calogero e Biagio Todaro, proprietari di un'enoteca in Charles street. Tutti sono convinti di aver visto Ylenia una settimana dopo il 6 gennaio e dunque non sarebbe lei la ragazza finita nel grande fiume. "Si’, la ricordiamo benissimo – ci dicono i fratelli Todaro -. Ylenia e’ venuta qui con Masakela il 13 gennaio. Hanno preso due lattine della solita birra, la Elephant. Li conoscevamo bene, erano loro, senza dubbio".&lt;br /&gt;La musica jazz e’ struggente. C'infiliamo nel quartiere francese, in Bourbon street. Cerchiamo Masakela. Ma nei tre o quattro angoli dove si piazzava con il suo sassofono adesso non c'e'. Dicono che l'hanno cacciato gli stessi compagni di disperazione, stanchi della polizia.&lt;br /&gt;Strano posto, New Orleans. Facciata da grande festa e anima venduta al diavolo. La chiamano la citta' del "big easy", un po' come dire che qui tutto si puo' fare. In Louisiana oggi non si festeggia l'epifania e quel giorno, un anno fa esatto, qui era una giornata terribile, dedicata ai riti woodoo. Maledetto giorno per sparire. Per fortuna, avete sentito, c'e' chi ha visto Ylenia anche dopo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il supertestimone al Tg1 &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(Testo del servizio di Pino Scaccia al Tg1 delle ore 20 &lt;br /&gt;in onda il 21 ottobre 1994 ) &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il testimone e' attendibile. Trentenne, di Brindisi, e' un ex pilota militare. Ora fa l'agente di commercio. Vista perfetta: undici decimi. Si chiama Leonardo. Evitiamo il cognome, che naturalmente conosciamo, per rispetto alla sua decisione di non apparire in televisione. Un impegno preso con un familiare legato alla famiglia Carrisi. Quel familiare era con lui, a giugno, quando andarono a visitare un villino nel villaggio di Al Bano e Romina da affittare per l'estate. &lt;br /&gt;In quell'occasione, affacciandosi al terrazzo, avrebbe visto Ylenia, la ragazza che tutto il mondo sta cercando da quasi un anno. Che era Ylenia e' sicurissimo, pronto a giurarlo. Ce lo ha raccontato, con tutti iparticolari, tre sere fa a Brindisi. Eravamo con due testimoni, quindi non c'e' possibilita' di smentita. La sera dopo lo abbiamo incontrato ancora, sempre con i nostri due amici, e ha confermato tutto. E stavolta siamo riusciti a documentare l'incontro. Il nostro testimone, vedete, e' quello in fondo, col maglione, appoggiato all'auto.&lt;br /&gt;"Si’, l’ho vista. Era lei, proprio Ylenia. Qui la conosciamo tutti. Non posso sbagliarmi. Si e’ accorta che l’avevamo vista ed e’ rientrata subito in casa".&lt;br /&gt;Dunque, era quasi estate. Giugno. L'ex pilota vede Ylenia dal terrazzo. E la descrive. &lt;br /&gt;La famiglia Carrisi vive ai margini di Cellino San Marco, in contrada Curtipitrizi, protetta da un autentico bunker. A marzo e' stato fatto tirar su questo Cristo: in paese c'e' chi dice per pregare, chi come ex voto. E' molto difficile avvicinarsi. Questa e' la villa di Al Bano e Romina Power. La stanza di Ylenia e' in alto, sulla mansarda. Chi abita da queste parti sostiene che i Carrisi, durante la prima fase di angosciose ricerche, non sono mai usciti dal villaggio se non per i viaggi all'estero, qualche volta effettuati con voli privati, ufficialmente per tournee: in Spagna, Svizzera, Stati Uniti e in Australia - sempre a marzo, un mese che ricorre, quasi una svolta -dove sono andati anche gli anziani genitori di Al Bano. Da un po' di tempo sono tornati pero' a farsi vedere in paese: ieri mattina abbiamo colto Romina con il figlio piu' grande, Yari, davanti alla scuola elementare di via Marconi a prendere le due bambine piu' piccole. &lt;br /&gt;Una notizia e' certa: in Italia non c'e', non c'e' mai stata, un'indagine sulla scomparsa di Ylenia. &lt;br /&gt;La conferma il magistrato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il giorno dopo, a Cellino San Marco &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo tornati stamattina a Cellino San Marco per raccogliere l'invito di Al Bano. Ieri sera, in diretta, si era impegnato ad aprire le porte della sua casa.&lt;br /&gt;Le porte di casa Carrisi invece non si sono aperte. Il rifiuto e' stato deciso, categorico. Al Bano, con cui abbiamo parlato a lungo al telefono, ha nuovamente difeso il suo diritto al silenzio, un diritto che nessuno ha intenzione di violare. Tutti del resto, in questo paesino pugliese particolarmente colpito dalla criminalita' ma pieno di gente affabile e generosa, tutti partecipano all'angoscia della famiglia Carrisi per quella che chiamano affettuosamente "la piccola americana". Abbiamo evitato in questi giorni di divulgare le molte voci, perche' incontrollabili. Ma la testimonianza-attendibile- di ieri sera, propone piuttosto -sia pure in linea di ipotesi- un interrogativo preciso che lo stesso Al Bano provocatoriamente rilancia: se fosse vero quello che ha dichiarato l'ex pilota brindisino (cioe' che Ylenia a giugno sarebbe stata nella villa di Curtipitrizzi), perche' i genitori nasconderebbero Ylenia? Sempre a dar retta a chi l'avrebbe vista, la ragazza sarebbe debilitata e dunque sarebbe logico, addirittura giusto, permetterle di riprendersi e proteggerla ancora dal frastuono dei mass media. Ed ecco forse spiegata questa chusura totale a ogni informazione, soprattutto quelle smentite immediate, troppo immediate. Ma l'augurio generale e' che ci sia presto una grande festa per il ritorno di questa ragazza bionda e dolce. Magari per il suo 24esimo compleanno, fra un mese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Le polemiche&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(Agenzia Italia – Roma, 22 ottobre 1994)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;"NON C'E' STATA ALCUNA DISINFORMAZIONE, IERI SERA, NEL SERVIZIO SU YLENIA. ABBIAMO MANDATO IN PUGLIA UNO DEI NOSTRI MIGLIORI INVIATI CHE, IN GIORNI E GIORNI, HA VERIFICATO L'ATTENDIBILTA' DEL TESTIMONE, HA PARLATO CON LUI, HA VERIFICATO CON ALTRI TESTIMONI LE SUE AFFERMAZIONI E POI ABBIAMO MANDATO IN DIRETTA LE CONTROAFFERMAZIONI DI AL BANO. QUINDI RESPINGO TUTTE LE ACCUSE": LO HA DICHIARATO ALL'AGI IL DIRETTORE DEL TG1 CARLO ROSSELLA. "QUANDO IL CORRIERE DELLA SERA - AGGIUNGE ROSSELLA - HA DEDICATO UNA PAGINA INTERA ALLA PRESENZA DI YLENIA A S. DOMINGO, NESSUNO HA TROVATO NULLA DA RIDIRE. NE' HANNO SUSCITATO REAZIONI INDIGNATE TUTTI GLI ALTRI SERVIZI TELEVISIVI E DELLA CARTA STAMPATA CHE SU QUESTO CASO SI SONO SUSSEGUITI NELLE ULTIME SETTIMANE. RIBADISCO CHE IL TG1 NON HA VOLUTO FARE ALCUN SENSAZIONALISMO. ABBIAMO REALIZZATO UN SERVIZIO FACENDO PARLARE I TESTIMONI. E POI IL CASO DI YLENIA NON L'HO CERTO CREATO IO O IL TG1. DAL GIORNO IN CUI E' SCOMPARSA OGNI TESTIMONIANZA, OGNI NOTIZIA CHE ACCENDE LE SPERANZE CHE POSSA ESSERE ANCORA IN VITA, E' CHIARO, DESTA INTERESSE DA PARTE DEL PUBBLICO. E IERI SERA NOI ABBIAMO SVOLTO SEMPLICEMENTE IL NOSTRO LAVORO DI CRONISTI". "PINO SCACCIA - AGGIUNGE CARLO ROSSELLA - AUTORE DEL SERVIZIO, AVEVA UN TESTIMONE CON TANTO DI NOME E COGNONE. NON C'ERA NULLA DI CAMPATO IN ARIA. SCACCIA E' UN CRONISTA SERIO, AUTORE ANCHE DI ALTRI IMPORTANTI SERVIZI E PROBABILMENTE DA' FASTIDIO CHE IL TG1 SI OCCUPI DI FATTI DI CRONACA. CE L'HANNO CON NOI, SICURAMENTE, PERCHE' SIAMO STATI PRIMI A DARE NOTIZIA ED OCCUPARCI DEL CASO DELLE 'THELMA E LOUISE' DI SERRE. MA POI SI SONO BUTTATI TUTTI A CORPO MORTO PER GIORNI E GIORNI CON GRANDE RILIEVO NELLE PRIME PAGINE. PROBABILMENTE CHI POLEMIZZA DESIDEREREBBE CHE IL TG1 FOSSE UN BOLLETTINO DEL PALAZZO E NON UN GIORNALE CHE SI OCCUPA DI COSE CHE INTERESSANO IL PUBBLICO SEMPRE CONTROLLANDO E VERIFICANDO LE NOTIZIE. AL PUBBLICO INTERESSANO I FATTI DI CRONACA, IO SONO UN GIORNALISTA CHE VIENE DALLA CRONACA ED E' GIUSTO E LOGICO CHE IN UN TG POPOLARE I FATTI DI TUTTI I GIORNI, LA CRONACA, ABBIA IL DOVUTO RISALTO SENZA ESAGERAZIONI E, RIPETO, SENZA DELETERI SENSAZIONALISMI". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Al direttore della "Gazzetta del Mezzogiorno" Lino Patruno&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Rispetto, ci mancherebbe altro, ogni opinione. Quindi accetto senz'altro il taglio che la "Gazzetta" ha voluto dare al caso Ylenia. Tuttavia, data la delicatezza della vicenda, vorrei almeno che si ristabilisse quello che il sottoscritto, sul Tg1, ha riportato ieri sera. Il testimone che ho presentato sostiene di "aver visto Ylenia a casa sua a giugno". Poi la descrive. Nient'altro, nessun giudizio. Nessuno, ne' io ne' il mio testimone, ha parlato di "ragazza prigioniera in casa" o di "genitori crudeli che tengono segregata, contro la sua volonta', la figlia" come ha scritto Lino Patruno. E' tanto vero che, ammesso che il testimone abbia visto il giusto, la mia ipotesi e' (sarebbe) un'altra. Che i coniugi Carrisi, in questo caso, permetterebbero a Ylenia di riprendersi dopo comunque una brutta avventura e soprattutto la proteggerebbero contro il frastuono dei mass media. Un diritto sacrosanto e comprensibile. Spero, con questo, di festeggiare presto- come tutti- il ritorno di Ylenia e di cancellare dunque quell'accusa di "sciacallo" che, da padre prima che da cronista, penso proprio di non meritare.&lt;br /&gt;Grazie dell'ospitalita' e con stima,&lt;/i&gt; &lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Brindisi, 22 ottobre 1994&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lettera aperta ad Al Bano &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Caro Al Bano,&lt;br /&gt;scusi innanzitutto se La chiamo "caro" ma non ce l'ho con Lei. Nonostante mi abbia dato dello sciacallo, del figlio indegno di Montanelli e Cervi, del cronista in malafede, senza scrupoli, con l'istinto da animale... eccetera, nonostante la marea di insulti che (a sentire colleghi dello spettacolo) Le sono purtroppo congeniali non solo quando parla di Sua figlia ma anche quando discute di dischi e canzoni, nonostante tutto cio' sono pronto a subire e a capirLa.&lt;br /&gt;Le scrivo, approfittando dell'ospitalita' dell'amico Leonardo Sgura con cui ho condiviso gran parte dell'avventura pugliese, perche' -come ho detto al telefono a Suo fratello Franco- purtroppo con Lei non si riesce a parlare: si litiga. E mi dispiace.&lt;br /&gt;Dovrebbe spiegare intanto perche' ha sempre rifiutato ogni aiuto a proposito della scomparsa di Ylenia. Un rifiuto accompagnato puntualmente da quei "famosi" insulti. E' successo a un investigatore serio come Rossi, a un inviato eccellente come Chierici e per ultimo e' successo a me. Come vede non prendo in considerazione Marra proprio perche' dovrebbe cominciare a distinguere fra le persone. Dunque, perche'? Perche' quelle smentite immediate, il fastidio di quest'aiuto, il rifugio negli improperi invece che nelle domande, nella ricerca della verita'. Mi dispiace che nessuna inchiesta della magistratura riesca a partire. Lei stesso l'ha invocato su tanti giornali e me l'ha sbandierata come una minaccia al telefono. Vuol parlare davanti al magistrato. Benissimo. Ma quando? So che non dipende da Lei ma spero che almeno questo ci accomuni: la voglia di passare attraverso i canali della giustizia. Non piu' investigatori impiccioni, non piu' cronisti senza scrupoli ma un magistrato che interroghi i tanti testimoni che si sono affacciati su una vicenda sicuramente dolorosa.&lt;br /&gt;La prego soltanto di evitare lezioni di giornalismo. Lei dichiara a tutti che "la patria dei Montanelli e Cervi non merita certi figli". Con una battuta pari in cattiveria potrei risponderle che non tutti i cantanti possono nascere Frank Sinatra o Ray Charles ma la evito. Piu' seriamente potrei risponderLe con gli articoli che quei due grandi maestri del giornalismo hanno scritto di me dopo un'altra vicenda clamorosa, quella di Farouk. Ed anzi fu proprio un editoriale di Montanelli, vista l'autorevolezza, a convincere tutta Italia che probabilmente avevo ragione io e non, si figuri, un giudice, il capo della polizia e il ministro dell'Interno. Non giudichi il lavoro dei cronisti. Ha tutto il rispetto come padre, ma cerchi di rispettare gli altri. Mentre Le parlavo al telefono dalla caserma dei carabinieri di Cellino mi ha anche rimproverato, pensi, che non le ho mai fatto un'intervista sull'ultimo lavoro discografico. Forse fa un po' di confusione di ruoli. La sua amarezza e' comprensibile ma ricordi che, nonostante le apparenze, nessuno Le e' nemico. Nemmeno io. Altrimenti avrei dovuto raccontare tutto quello che ho sentito a Cellino. Non l'ho fatto e non lo faro' mai. Forse.&lt;br /&gt;Spero che accetti in conclusione una stretta di mano, in attesa di risentirci in un'occasione migliore. Per la festa ad Ylenia, una grandissima festa, e magari per parlare del suo ultimo disco. Anche i cronisti hanno un'anima, cioe' amano la musica.&lt;br /&gt;Suo, &lt;/i&gt;&lt;b&gt;Pino Scaccia&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;b&gt;L'inchiesta giudiziaria&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla Procura di Roma c'e' un fascicolo sulla vicenda Ylenia, classificato con il numero 6801/ 94 N. Questo fascicolo da ieri e' di nuovo sul tavolo del procuratore capo Michele Coiro. Stamattina lo stesso Coiro ci ha spiegato che per ora l'incartamento "e' sospeso". Testuale. Forse sta studiando la competenza territoriale, forse sta per assegnarlo a un pubblico ministero, forse lo archiviera'. Ufficialmente ci ha ribadito che l'inchiesta, appunto, e' sospesa. In realta', il fascicolo era gia' stato affidato a un sostituto, Davide Iori, il quale aveva convocato una lista di testimoni, a cominciare da Raniero Rossi, cioe' l'investigatore perugino che con un esposto-denuncia aveva provocato l'apertura dell'indagine. Rossi, vedete, era stato convocato per dopodomani, venerdi', alle 11 da Iori. Ma il magistrato, come dimostra quest'altro documento, ha revocato il decreto di citazione che e' dunque rinviato a data da destinarsi. Del resto, il pm non ha acquisito agli atti la cassetta con la registrazione del servizio del Tg1 sul caso Ylenia, gia' richiesta ufficialmente, proprio perche' attualmente non in possesso del fascicolo. Speriamo che sia solo questione di tempo e che l'inchiesta parta: sarebbe la prima in assoluto in Italia sulla scomparsa di Ylenia. Anche perche' l'intervento della magistratura e' stato piu' volte invocato dallo stesso Al Bano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;L'intervista alla nonna, Lynda Christian&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cercavano tutti da mesi, da quando qualcuno ha detto che sa tutta la verita' su Ylenia, la nipote. Lei e' Linda Christian e siamo riusciti a rintracciarla a Roma. E' appena arrivata dalla California per presentare "Nessuno e' imbattibile" l'ultimo disco di Gianni Dei di cui e' produttrice, ma soprattutto -secondo le cronache rosa- fidanzata, prossima sposa.&lt;br /&gt;- Signora Christian, parliamo di Ylenia.&lt;br /&gt;"Credo dentro il cuore che sia viva e che presto, molto presto tornera' fra le nostre braccia".&lt;br /&gt;- Quando l'ha vista per l'ultima volta?&lt;br /&gt;"Dunque, ho fatto un sogno. Un mese fa. Un sogno cosi' forte che sembrava vero. Quando mi sono svegliata mi sono chiesta: ma era un sogno o Ylenia stava veramente davanti a me?"&lt;br /&gt;- E che le ha detto nel sogno?&lt;br /&gt;"Mi ha detto: 'nonna, voglio stare in pace, non voglio chiasso, non voglio pubblicita', se pubblichero' il libro che sto scrivendo lo faro' sotto falso nome".&lt;br /&gt;- La fuga. Ma secondo lei dove sta adesso?&lt;br /&gt;"In giro per il mondo..... Forse in Australia".&lt;br /&gt;- Allora e' scappata per questo, una voglia di liberta'...&lt;br /&gt;"Si', io credo che a ventitre' anni abbia sentito il bisogno di essere finalmente libera. E poi c'e' un romanzo d'amore con quel ragazzo di New York, Eric, un chitarrista rock. Il padre, Al Bano, non voleva che lo frequentasse invece sono innamoratissimi, ho visto come si guardavano......"&lt;br /&gt;- Allora e' scappata con lui....&lt;br /&gt;"Speriamo. Cosa c'e' di piu' bello di una fuga d'amore? E sa cosa le dico? Speriamo che tornino in tre...".&lt;br /&gt;E' stato veramente un sogno? Oppure e' la metafora di una grande attrice?&lt;br /&gt;(&lt;b&gt;Pino Scaccia &lt;/b&gt;– &lt;i&gt;Tg1&lt;/i&gt;)&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;b&gt;Le ipotesi. La piu' clamorosa.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;L’UNITA’ . Catanzaro (1998).&lt;/i&gt;Ylenia Carrisi, la figlia di Al Bano e Romina Power scomparsa nel gennaio del 1994, doveva essere rapita dalla 'ndrangheta per fare un "piacere" alla Sacra corona unita. Il piano, studiato in ogni minimo dettaglio, saltò perché intervenne la mafia siciliana, esclusivamente interessata a sviluppare il mercato della droga, business sul quale chiese anche alle altre mafie di concentrare uomini ed energie. Dopo gli arresti dei boss della piana di Sibari e di Cirò, affiorano antichi misteri, e quello del sequestro di Ylenia è uno dei misteri su cui s'è levato il velo dopo i risultati dell'operazione "Galassia" in Calabria. Le cosche della piana di Sibari misero a punto il piano nel 1982. Il progetto è stato raccontato agli inquirenti da Felice Cavallaro. Intanto Florinda Mirabile, figlia di Mario, ucciso nel 1991, inchioda assassini ed ex complici del padre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli avvistamenti. L'ultimo.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;IL GAZZETTINO. Venezia (2000)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Un settimanale tedesco, Frau im Spiegel, titola la copertina "Ylenia vive! &lt;br /&gt;Ore 23.30: Venezia, il segreto della figlia scomparsa è svelato".&lt;br /&gt;La notizia emerge dal racconto di un popolare fotoreporter che assicura di aver visto la figlia di Al Bano e Romina Power alla stazione Santa Lucia di Venezia l'otto dello scorso aprile. &lt;br /&gt;"Il naso la bocca soprattutto gli occhi: erano i "suoi". Se non era lei era una sosia perfetta". Il giallo di Ylenia Carrisi la figlia di Al Bano e Romina Power scomparsa sei anni fa negli Usa vive un nuovo sussulto. Niente di assolutamente certo almeno per il momento - e il padre Al Bano si è affrettato a definire "sciacallaggio puro" il nuovo avvistamento della figlia - ma il racconto di un fotoreporter al Gazzettino di Venezia apre un altro spiraglio sul mistero fitto che dal '94 avvolge la sorte di Ylenia. Il fotografo è Roberto Fiasconaro 53 anni di San Stino di Livenza free-lance e collaboratore di Rcs e di periodici nazionali. E è lui l'autore della foto scattata nella notte dell'8 aprile scorso nella stazione ferroviaria di Santa Lucia a Venezia. Fiasconaro perchè quella notte era in stazione a Venezia? "Tre quattro giorni prima avevo ricevuto la segnalazione da un amico. Mi aveva detto che in stazione da un paio di sere c'era un gruppo di ragazzi e ragazze e una di queste assomigliava a Ylenia Carrisi. Ho deciso di andare a vedere: sono stato a Santa Lucia due sere consecutive e non ho trovato nessuno". La terza volta è stata quella buona. "Sì l'8 aprile ero stato a Venezia a teatro e a mezzanotte circa sono tornato in stazione. Pochi minuti dopo sono entrate quattro ragazze e si sono sedute a chiacchierare vicino alla biglietteria. Quella che mi stava di fronte assomigliava a Ylenia". Come può esserne sicuro l'ha vista bene? "L'ho osservata da lontano con un teleobiettivo: era lei. Ma la ragazza si è accorta ha abbassato la testa e si è alzata per uscire. Così mi sono spostato in modo che mi passasse vicino e sono rimasto choccato: era lei o una sosia perfetta solo un po' ingrassata e trasandata". Allora cos'ha fatto? "Prima l'ho fotografata di spalle poi le sono andato vicino e in inglese ho chiesto "mi scusi signorina lei è Ylenia Ylenia Carrisi?". Prima ha risposto sì poi no. Allora è scappata verso il primo binario e si è fermata al buio. Poco dopo una delle ragazze che erano con lei è andata a riprenderla e le ha chiesto "chi è Ylenia?". "Niente niente" è stata la risposta ma ho visto che si sono lanciate un'occhiata che definirei complice". Finito lì l'avvistamento? "No perché ad un certo momento in stazione è entrato un giovane che l'ha presa per mano e hanno iniziato a discutere: ho capito che parlavano di me. Improvvisamente si sono diretti verso l’uscita ed è in quel momento che ho scattato la foto. Subito tra loro e me è cominciata una discussione volevano il rullino ma ho resistito. Poi sono scappato". I ragazzi cos'hanno fatto? "Hanno preso gli zaini e si sono diretti verso il palazzo delle Ferrovie. Da allora sono tornato altre due-tre sere ho chiesto informazioni in qualche albergo ma non ho trovato una traccia". Signor Fiasconaro pensa che quella ragazza fosse veramente Ylenia? "Il naso la bocca e gli occhi erano i suoi. Se non era lei era la sua gemella. E di somiglianze ne ho viste tante. Ho conosciuto Ylenia e vista questa sono rimasto choccato".&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3793748-81797365?l=professionereporter.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/81797365'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3793748/posts/default/81797365'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://professionereporter.blogspot.com/2002_09_15_archive.html#81797365' title=''/><author><name>gabriele</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10696428822115741262</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry></feed>
