CHERNOBYL, VIAGGIO NELL'INFERNO
Sono passati sedici anni dal disastro di Chernobyl. Fra i tanti reportage, anche difficili, che ho compiuto in questi anni il viaggio dentro la centrale del disastro mi ha sicuramente cambiato.
A Chernobyl sono stato due volte. Nel 1991, a cinque anni dalla catastrofe, e nel 1996, per il decennale. Ecco il testo del servizio per il settimanale Tv7. Per riflettere.
11 ottobre,ore 20.20. Nuovo allarme alla stazione atomica di Chernobil. Un corto circuito provoca un'esplosione al turbogeneratore del reattore n.2. Per fortuna non si ripete l'apocalisse di cinque anni fa ma la nuova paura convince il presidente dell'Ucraina, Leonid Kravchuk -per la commissione parlamentare responsabile morale e politico del disastro- a prendere una decisione storica. Chiudere Chernobil. Il procedimento comincera' a gennaio ma secondo gli scienziati ci vorranno almeno dieci o quindici anni per considerare effettivamente morto l'inferno del mondo. Mai nessuno ha tentato finora di fermare una centrale nucleare.
Chernobyl in russo significa "le piante che crescono nella palude". Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e' piu' infido perche' invisibile. Il territorio e' stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo' arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe' al livello numero due. Al di la', dove il tasso di radiazione e' superiore di cinquanta volte a quello normale, e' assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. Ma bisogna lasciare l'auto e salire su un pullmino della stazione. E rispettare certe regole. Soprattutto non superare le cinque ore di permamenza. "Sarebbe molto pericoloso" ci dicono "perche' la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi".
Il viaggio nell'apocalisse comincia da Kupovatoe, un villaggio dove alcuni vecchi contadini hanno deciso di tornare, sfidando la morte.
"Sono tornata perche' era impossibile vivere dove ci avevano sistemato. Tre o quattro famiglie per casa. E non c'era il giardino. Pensare che ci hanno messo due giorni per evacuarci. Paura? No, non ho paura. Sono vecchia ormai".
"
Ciao,mi chiamo Olga. Sono felice perche' e' la prima volta in vita mia che vedo un italiano".
"Nessuno mi viene a trovare, neppure i figli. Hanno paura. Ormai non mi resta che aspettare la morte, qui. Spero che arrivi presto".
"
Se ho paura di stare qui? No, perche' la mia dose ormai l'ho presa, sara' quel che sara'. Sono dei criminali. Ci hanno fatto stare qui due giorni prima di evacuarci. E' gia' un miracolo che non siamo morti subito"
Prima di andare via, ci offre i semi della sua campagna contaminata. Non abbiamo il coraggio di rifiutarli.
Quando arriviamo a Chernobyl la temperatura e' scesa a meno dieci gradi. Si gela. La cittadina che ha dato il nome all'apocalisse non ne' deserta. Ci sono i tecnici e gli operai che ancora lavorano alla stazione. "
Mi sento un po' debole,nient'altro. Facciamo turni di quindici giorni poi scappiamo. Lo stipendio? Beh,e' il doppio rispetto alla media. Io guadagno quasi mille rubli al mese".
Mille rubli, al cambio nero, oggi equivalgono a meno di dieci dollari. In lontananza, oltre questo cimitero di mezzi militari c'era un altro villaggio: e' stato raso al suolo e seppellito, come altri dodici nella zona. Cosi' come un intero bosco. Tutto sotto terra. L'inferno si avvicina.
Entriamo a Pripyat , la citta' fantasma. "
Il partito di Lenin e' la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo" c'e' scritto all'ingresso. La citta' e' proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano cinquantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti finora sono stati cinquemila. E almeno il doppio sono destinati a morire entro breve tempo.
L'atmosfera e' allucinante. Tutto e' come il 26 aprile dell'86. In un asilo il segno del tempo che si e' fermato: i pannelli dell'ex Unione Sovietica. Quante cose sono cambiate in cinque anni. Nessun giornalista straniero era fino ad oggi entrato nella citta' proibita. Valerj, il nostro "stalker", il contatto con la zona, ci permette di filmare. Quando entriamo in un palazzo scopriamo perche'. "
Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma e' una musica di dolore".
Fra Pripez e la stazione nucleare, accanto a una serra, c'e' quello che chiamano il "poligono biologico". E' la zona degli esperimenti, dove sono stati piantati i semi raccolti nel bosco irrimedibilmente contaminato, morto da tempo. Le chiamano le piante mutanti. "
Gli aghi di un pino normale crescono a coppie, cioe' due alla volta. Qui sono tre o quattro. Altri crescono direttamente dal tronco. E il tronco, cioe' il legno, qualche volta e' morbidissimo altre volte e' duro come quello di un faggio. Alcuni pini mutanti neppure hanno il tronco. Gli scienziati hanno accertato trentadue fattori mutanti. Che delitto per la natura".
La centrale atomica e' ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c'e' il reattore n.2, quello dell'apocalisse. Tecnicamente e' stato spento,ma di fatto il cuore atomico e' ancora attivo. Arriviamo a meno di duecento metri dall'incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce.
Qualcuno, due anni fa, e' addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell'esplosione. Per la prima volta in assoluto siamo in grado di mostrarvi questo eccezionale e irripetibile documento. Qui dentro non sopravvivono neppure i batteri. Si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. "
E' come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore", ci dicono.
Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta li' in fondo, dietro il tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine. Quella notte e' esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Arriviamo nella sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l'unico insieme al numero uno che ancora funziona.
Ma che e' successo quella notte? L'ultima testimonianza dall'inferno e' di Serghei Sharshun, capoturno di allora."
Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche' non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra' mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro' qui fino alla fine perche' e' il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo".
Il viaggio, compiuto rigorosamente entro le cinque ore, e' finito. Quando usciamo il controllo ci definisce per fortuna ancora "chisti", puliti. Ma uscendo nella notte di Chernobyl si sentono ancora i rantoli cupi del mostro in agonia. L'incubo resta.
Pino Scaccia
("Tv7" / Raiuno – aprile 1991)
IL MISTERO DELL’AREA 51
L’esercito Usa soltanto di recente ha ammesso l’esistenza della base di Groom Dry Lake, più comunemente conosciuta come Area 51. La base è da anni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica perché ritenuta implicata in numerosi episodi legati agli extraterrestri. Un satellite l'ha fotografata e le immagini circolano su internet. La zona militare situata nel deserto del Nevada, dove vengono sviluppati i cosiddetti "black projects" del Pentagono, non compare in nessuna mappa, dunque esiste. Quell’area l’ho visitata molti anni fa (il 4 ottobre del 1995) anticipando di molto, al Tg1, le immagini di una zona solo virtualmente segreta. Ecco il testo.
Lasciamo Las Vegas, forse la citta' piu' folle (e piu' falsa) del mondo, prima dell'alba. Il viaggio per arrivare all'Area 51 e' lungo e pieno di insidie. Bisogna percorrere almeno duecento chilometri di deserto. Il problema e' che l'Area 51 ufficialmente non esiste, nessuna carta la segna, e dunque bisogna trovarla. Oltretutto dicono che e' molto pericoloso sbagliare. Si sfiorano le basi militari e le sentinelle sparano prima di chiedere informazioni. Appena fuori Las Vegas, arriviamo al confine con la piu' grande delle basi militari statunitensi: e' la base Nellis. Da qui sono partiti gli aerei per il Kuwait. Ma e' qui soprattutto che si sono svolti, o forse si svolgono ancora, esperimenti nucleari. Non solo. Secondo un rapporto rigorosamente top-secret il 10 dicembre 1964 un'astronave aliena sarebbe atterrata nel perimetro della base. Un distaccamento armato comandato da un colonnello si sarebbe avvicinato all'astronave. Improvvisamente dall'oggetto sarebbe uscito un umanoide di corporatura tozza e un potente fascio di luce avrebbe paralizzato tutti i soldati. Le prove di quell'incontro ravvicinatissimo sarebbero ancora qui. Proseguiamo il viaggio. Il territorio e' arido, spezzato solo dalle "giosciua'" le piante del deserto.
Ci dirigiamo verso White Sides Mountain, dove dovrebbe essere l'Area 51. Incontriamo militari. Ci controllano i documenti. Ma non possiamo filmare. Riusciamo a scoprire molto in lontananza i contorni di una base. Ci fermiamo lo stretto necessario per documentarla. Il Nevada e' un territorio molto esteso, 93 miglia quadrate con appena due milioni e mezzo di abitanti, quasi tutti concrentrati a Las Vegas e Reno. Il resto e' deserto, quasi interamente occupato da basi militari.
Passata la cittadina di Alamo, arriviamo finalmente nell'area 51. Quattro case a ridosso delle montagne, un centro di ricerca.
"Siamo nel deserto del Nevada, 150 chilometri a nord-ovest di Las Vegas. Questa e' l'area 51, una zona neppure segnata sulle carte geografiche. Al di la' di quelle montagne c'e' la base militare piu' segreta degli Stati Uniti.
Agli inizi degli anni '90, un esperto di fisica, Bob Lazar, rivelo' di aver esaminato all'interno dell'area 51 nove navi spaziali aliene per incarico dell'esercito americano. Le autorita' smentirono subito, negando anzi l'esistenza stessa della base. Siamo in grado ora di dimostrarvi che questa base esiste, grazie a un documento eccezionale e segretissimo. Eccola la base dell'area 51. Una base immensa che occupa un'intera vallata. La foto e' stata scattata da Glenn Campbell, un appassionato di Ufo che ha raccolto in un dossier tutto il materiale che riguarda quello che definisce il mistero di Groom Lake. In questi giorni si e' rifugiato nel New Mexico per sfuggire pare all'arresto.
La base negata, la base che non esiste inizio' la sua attivita' nel '54. In questi hangar, in queste piste di decollo e in questi laboratori e' nato l'aereo spia U2 della Lockheed e tutta la serie degli aerei invisibili fra cui il Blackbird. Sembra che ora si stia lavorando al progetto Aurora, 15 miliardi di dollari, per produrre nuovi aerei spia capaci di volare a otto volte la velocita' del suono.
Una base perfetta per nascondere anche segreti di altro tipo, legati a fattori extraterrestri. Le rivelazioni di Bob Lazar, sarebbero confermate dal generale Wright Patterson che avrebbe visto con i suoi occhi nella base nove corpi di piccoli umanoidi conservati in condizioni criogeniche particolari. Avrebbe inoltre saputo da personale della base di altri trenta corpi e di cinque astronavi Ufo. Ci sarebbero inoltre le dichiarazioni giurate di due altri ufficiali dell'aereonautica in merito a questi umanoidi. Alti sotto il metro e mezzo, pelle grigiastra, tutti esseri macrocefali, occhi leggermente obliqui, niente naso, assenza di peli e capelli, orecchie piccole, bocca quasi a fessura.
Al centro di ricerca troviamo Sharon Singer. Ci racconta che sua madre ha visto atterrare un'astronave.
"Una grande luce azzurra. Mia madre mi ha sempre parlato di quella luce. A distanza di dieci anni ancora e' sotto choc. Una luce talmente forte che non le ha permesso di vedere altro. Ha intuito un paio di figure, non molto alte, ma non e' riuscita a distinguere altro".
L'astronave vista dalla signora Singer sarebbe atterrata proprio qui, in questo spiazzo che gli abitanti della zona conoscono benissimo perche' c'e' una cassetta postale. E forse quell'astronave e' finita, insieme alle altre, dentro la base. Forse e' fra quelle studiate da Lazar.
Cerchiamo altre tracce. Troviamo curiosamente un pupazzo di alieno, ricostruito in base alle testimonianze di chi l'ha visto. E' grigio, assolutamente grigio e con tutte le caratteristiche descritte nel rapporto del generale Patterson. Forse aveva ragione Einstein quando diceva: "La gente ha indiscutibilmente visto qualcosa".
Pino Scaccia
Tg1 (4 ottobre 1995)
AFRICA, UN CONTINENTE IN AGONIA
L'estate scorsa sono tornato in Africa. L’obiettivo era un rapporto sulla desertificazione che tanti guasti sta creando in tutto il mondo. Per la prima volta sono andato nei villaggi, ho dormito nelle capanne, vicino a un popolo che non aveva mai visto un bianco. Sono rimasto commosso e sconvolto. Li’, in Kenya, ho capito quanta gente c’e’ da amare, quanto possiamo aiutarla e che disastro abbiamo combinato noi del cosidetto mondo civile. Ho sentito di essere nel centro della terra, dov’e’ nata l’umanita’, e che da li’ bisogna ripartire. Ho conosciuto quest’Africa grazie all’AMREF, una fondazione di medicina e ricerca che davvero opera con grande sacrificio e con grandi meriti. Dovremmo tutti aiutarla. Hanno bisogno di aiuto concreto e anche d’amore. www.amref.org www.amref.it
Questo e’ territorio dei Turkana, una tribu’ che per sete, e per fame, sta scomparendo. Il segno dell’agonia e’ in questo villaggio, Lorus, abbandonato in fretta. Sono scappati anche perche’ non ci sono grandi speranze neppure per novembre, la stagione delle piogge. Attraversiamo questo mare di sabbia gialla e asciutta e una terra cosi’ secca da spaccarsi. Pensare che quando pioveva in questa piana, Lottikipi, l’erba era cosi’ alta che non si vedeva l’orizzonte. Adesso quelli che erano fiumi sono sentieri bruciati dal sole.
Seguiamo le tracce della grande fuga dei Turkana attraverso le carcasse degli animali. Ritroviamo quel che resta della tribu’ vicino agli ultimi pascoli. Prima si spaventano. Molti di loro non hanno mai visto un "muzungu", un bianco. Le donne si nascondono, con i bambini. Poi si riunisce il consiglio dei vecchi. Decidono che possiamo essere utili.
Il capo villaggio si chiama
Keyonga.Loowa Non sa cos’e’ un microfono ma capisce che e’ li’ dentro che deve urlare il suo grido di dolore e il suo appello disperato."
Mungu, Dio, ha buttato le chiavi dell’acqua. Stiamo morendo tutti. Non importa per noi che siamo vecchi. Ma muiono anche i bambini. E non e’ giusto che devono ancora vivere la loro vita. Ma non si puo’ vivere cosi’, senza acqua e senza cibo e con i nemici, i Tobosa, che vogliono toglierci anche quel poco che ci resta. Venite e salvarci, il mondo ha il dovere di salvarci".
La fiducia non e’ tanta, se a pochi passi si continua pregare Mungu. Dio. Ecco, questa e’ la danza della pioggia. Un canto senza gioia, eppure negli occhi di tutti c’e’ ancora speranza.
La siccità è’’ la più grave mai registrata nella storia della regione. Tre mesi fa il governo di Nairobi ha dichiarato lo stato di calamità. E il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato che le scorte alimentari sono praticamente esaurite. Secondo le organizzazioni mondiali almeno due milioni e mezzo di persone hanno immediato bisogno di cibo solo in questa zona. Fonti governative riferiscono che circa metà della popolazione rurale e poco meno di un terzo di quella urbana non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare. Nelle zone maggiormente colpite dalla siccità il 90% dei fiumi è ormai completamente senz'acqua, e l'80% del bestiame è già morto.
Le cronache dell'ultimo mese somigliano a un bollettino di guerra. Manca il sangue e le poche scorte si deteriorano per la mancanza di elettricità. Per sfamarsi le popolazioni si cibano della fauna, mentre si diffondono malattie legate alla denutrizione. A rischio soprattutto i piu’ piccoli. L'Unicef stima che solo in Kenya circa 80 mila bambini rischiano di morire per una combinazione fatale di malnutrizione e infezioni.
L’Africa dunque sta morendo. Per sete, per fame, per le malattie e per le guerre. In questo momento sono quindici i conflitti che insanguinano il continente piu’ vecchio del mondo.
In pieno territorio Turkana, entriamo nell’ospedale di Lopiding a cercare di segni di una delle tante guerre africane infinite e dimenticate. Siamo a Lokichogghio, la zona piu’ in crisi del Kenya e forse di tutto il continente nero, crocevia di calamita’ e guerre. Non sono lontani i confini con Uganda ed Etiopia, soprattutto e’ vicino quello con il Sudan. L’Etiopia e’ sicuramente fra i Paesi piu’ colpiti dalla siccita’ oltre che dalla guerra. Otto milioni sono a rischio e per evitare il disastro, secondo le Nazioni Unite, servono almeno 900 mila tonnellate di cibo. Uno sforzo che equivale a quasi 400 miliardi di lire.
Qui a Lopiding sono ricoverati tutti i feriti della devastante guerra sudanese. Per capire abbiamo scelto di raccontarvi la storia di Peter. E’ giovanissimo ma si sente gia’ un guerriero. Ha dodici anni. Nel suo paese la guerra va avanti da una ventina d’anni e dunque lui non sa neppure cosa sia la pace, una vita senza odio.. Dice, quasi con orgoglio, di aver perso la gamba nei combattimenti, ma e’ saltato su una mina, davanti casa.. Non sa perche’ ci si uccide. Peter ha lasciato un disegno in infermeria. Per lui il nemico e’ King Kong,. La guerra, da queste parti, puo’ essere l’unico gioco. Ma e’ uno sterminio. Gia’ due milioni di morti.
Yvonne Del Prado/ direttrice ospedale:
"E’ una guerra lunga, dura , come tutte qui in Africa. Da qualche giorno sono ripresi i bombardamenti e non possiamo piu’ andare a soccorrere i feriti, a trasportarli qui, all’ospedale. Ma qui non vengono solo i feriti di guerra, vengono anche donne e bambini che muiono di fame e di malattie. Cerchiamo di aiutare tutti. Ma non e’ facile. I motivi della guerra sono ufficialmente religiosi..Quelli del nord mussulmani contro quelli del sud cristiani"
Ma il mondo sa perche’ ci si uccide. . Il Sudan e’ il Paese piu’ grande dell’Africa. Il meridione e’ ricco d’acqua e potrebbe risolvere la crisi di siccita’ dell’intero Corno d’Africa ma soprattutto, ci spiegano, il Sudan galleggia nel petrolio.
Di bambini ce ne sono molti nell’ospedale. Non servono parole. Bastano i loro sguardi. Tristi e fieri. Nel padiglione numero quattro ci sono le mamme con i neonati. Una mamma sudanese canta la ninna nanna per il suo bambino, uguale a tutti gli altri bambini del mondo, con la sola colpa di essere nato in un posto sfortunato. Povera Africa, dove i bambini non sorridono piu’.
Il giorno dopo accompagniamo medici dell’Amref (fondazione africana per la medicina e la ricerca) nei villaggi del nord. Un viaggio, per fortuna, ormai ordinario. Un medico impianta nel villaggio una sorta di clinica mobile. Controlla i piu’ fragili, vecchi e bambini, fa le vaccinazioni. Non si lamentano, ma sussurrano tutti, come un’invocazione al cielo: magi, acqua. Quelli che sono piu’ gravi sono ricoverati a Lokichogghio, all’ospedale vero e proprio. I medici dell’Amref cercano di arginare la strage sanitaria.
Una malattia micidiale, e fra le piu’ diffuse, conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, e’ l’ idaditosi. , un parassita infido e devastante trasmesso dai cani.
Quant’e’ lontano il Kenya dei turisti, eppure e’ ad appena un’ora di volo.
Mujma Albanus/ direttore ospedale Lokichoggio
"
Questo ragazzino e’ proprio sforunato. Era gia’ stato operato, vedete la cicatrice, ma il tracoma e’ tornato, i parassiti hanno attaccato il fegato e la pancia si e’ nuovamente gonfiata. Bisogna aprirlo, operarlo di nuovo. Ma lui e’ forte, ce la fara’ e finalmente potra’ essere un bambino normale, come tutti gli altri quando il tracoma sparira’
Si calcola che in quest’Africa assetata, asciutta, arida, il novanta per cento delle malattie e’ direttamente o indirettamente collegato alla mancanza d’acqua potabile. La situazione e’ al limite di guardia".
.Nel villaggio masai di Olki-Rama-Tiari scopriamo gli effetti sconvolgenti del trakoma, un’infezione che colpisce gli occhi fino a portare alla cecita’. Jeremy Samcaire, un monitor (come lo chiamano) dell’Amref fa il giro dei villaggi per controllare il livello dell’epidemia. La medicina, pensate, e’ cosi’ semplice: poche gocce d’acqua per salvare la vista di un bambino.
La malaria e l’Aids restano naturalmente i grandi nemici di questo continente in agonia.
L’emergenza sanitaria e’ coperta, in maniera eccellente, dai "Flying doctors" di Amref. Con base a Nairobi, operativi 24 ore su 24, coprono un territorio immenso, grande quanto l’Europa occcidentale. Un impegno molto gravoso perche’ qui l’emergenza e’ assolutamente ordinaria. E non riguarda solo la popolazione del posto. Mentre siamo alla loro base, arriva una turista olandese colpita da malaria a Lamu, sulla costa
Tommy Simmons/ direttore Amref Italia
"In vaste aree del Kenia la situazione si fa ogni giorno più 'drammatica', e nei prossimi mesi, almeno fino a novembre, non potrà che peggiorare Molte famiglie hanno terminato le scorte dell'anno scorso e sopravvivono soltanto grazie ai sussidi alimentari: anche se dovesse finalmente piovere ad ottobre, molti agricoltori non avranno le sementi per le nuove colture. Oltre al consueto impegno nel campo della medicina, della prevenzione e dell'educazione sessuale e riproduttiva, AMREF è impegnata già da anni sul terreno della salute ambientale con la costruzione di pozzi e la realizzazione di corsi per la protezione di sorgenti: quest'ultima catastrofe conferma, tuttavia, che serve un salto di qualità. In futuro bisognerà cercare di favorire nuovi programmi integrati per la salute dell'ambiente e delle popolazioni locali, superando gli steccati (e le diffidenze) che oggi dividono le organizzazioni sanitarie da quelle impegnate nella tutela dell'ambiente. L'altra grande preoccupazione è legata ai cambiamenti climatici. Non sappiamo ancora se la crisi del Kenia, e le siccità di fine Novecento, siano dovute effettivamente al riscaldamento globale del pianeta"
Muoiono gli uomini e muiono gli animali. Da queste parti, come in nessuna altra parte del mondo, le loro vite sono legate. Sta scomparendo inesorabilmente anche una delle tribu’ piu’ antiche e conosciute. Siamo in pieno territorio Masai, a Magadi.
Ai margini dell’inferno, incontriamo un vecchio pastore,
Oleshani, con i suoi figli. Le sue povere bestie che cercano un cibo che non c’e’ sono il simbolo della catastrofe ambientale
"
Se non mangiano loro, non mangiamo neppure noi E gli animali sono troppo deboli ormai per spostarsi piu’ lontano. Quando stanno per morire li uccidiamo e li mangiamo. Oppure li uccidiamo prima, quando vediamo che sono alla fine. Per ora resistiamo. Ma poi? Cosa mangeranno i miei figli quando tutte le bestie saranno finite? Il mondo deve venire qui a vedere. Noi non abbiamo futuro"
Alle spalle di Oleshani e dei suoi figli c’e’ un lago. Lo chiamano il lago salato, ma non e’ sale: e’ soda. Soda caustica: corrode tutto e tutti. Lo spettacolo e’ allucinante. Siamo al confine con la Tanzania. I fenicotteri beccano l’acqua in cerca dei gamberetti. Loro sono gli unici che ancora hanno da mangiare. La natura comunque e’ generosa. Anche la soda, che brucia, puo’ costituire la salvezza. Questa fabbrica rappresenta la salvezza economica della zona. E’ nata una citta’, vicino al lago. Sembra un’oasi. Qui c’e’ da mangiare e da bere. Ma purtroppo i fortunati sono pochi..
Chi ancora ce la fa scappa dall’inferno. Ed e’ forse l’aspetto piu’ triste. L’esodo dei Masai, pastori e guerrieri belli e alteri, e’ arrivato fino alle porte di Nairobi, da dove vennero cacciati. Quasi la metafora, drammatica, di un mondo che muore proprio dove e’ nato.
Ma di chi e’ la colpa? Solo della natura? A Nairobi incontriamo la piu’ popolare ambientalista del Kenya, presidente dell’associazione Greenbelt.
Wangari Maathai, ambientalista
"Qui dicono che la grande siccita’ sia una maledizione di Dio perche’ siamo stati cattivi . Forse e’ vero. Forse stiamo pagando molte colpe. Noi uccidiamo la natura e la natura si vendica. Si abbattono gli alberi, per vendere carbone e non si lavora piu’ la campagna, scappando nell’inferno delle citta’. Bisogna cambiare l’educazione. Io credo molto nei giovani. Ma bisogna fermarsi in tempo. Se continuiamo cosi’ cosa restera’ ai nostri giovani? L’Africa non ci sara’ piu’".
Certo le cause del rischio di desertificazione sono in gran parte legate al surriscaldamento globale, che sta prosciugando un Kenya gia’per quattro-quinti del territorio arido o semi-arido, ma il processo e’ sicuramente accellerato dal grande consumo di legna. Un allarme denunciato da decenni. Queste sono immagini rare di "Alcune Afriche", un documentario girato da Alberto Moravia nel 1975. Il continente e’ cosi’ povero che il settanta per cento della popolazione delle aree rurali e’ interamente dipendente dal legno, ma anche il cinquanta per cento delle popolazioni urbane usano il legno, soprattutto sotto forma di carbone. Le foreste sono violate, depredate, uccise.
Visitiamo una scuola di Intasopia. Il processo educativo avanza. Un giovane masai che vuole diventare ingegnere, non sogna piu’ di cacciare il leone. Adesso (canta) gli basta un viso bagnato di pioggia.
Chi ha la forza, e la voglia, di resistere, riesce a sopravvivere nelle campagne. Questo sembra un miraggio. Un pozzo, in un’azienda agricola, a Ysinia e un sistema di irrigazione che trasforma il deserto in un’oasi. Limoni, cipolle, arance, insalata, anche l’albero del pepe.Gente fortunata. Ma comunque la natura da’ da vivere, se non si sente tradita. Nelle campagne di Vaulin una vecchia contadina ci fa vedere i raccolti del suo orto. Pochi, ma sufficienti. Piselli e il frutto del bau-bab, l’albero del pane. Ci mostra come si spacca. Viene una minestra dolce, buona, ci spiega compaciuta.
Ed eccola Nairobi, capitale per caso. Nata semplicemente perche’ qui finiva (e finisce) la prima ferrovia che dalla costa di Mombasa trasportava (e trasporta) persone e soprattutto merci nell’interno. Nairobi, in lingua masai, significa "la citta’ delle dolci acque". Oggi sembra una sciagurata ironia. E’ una megalopoli piena di contraddizioni, magica e disperata, malata di traffico e di miseria, abitata da gente generosa e criminali.
La sorvoliamo. Laggiu’ c’e’ l’inferno. E’ la piu’ grande delle cinque baraccopoli di Nairobi. Settecentomila abitanti, il quartiere si chiama Kibera. Per tutti e’ il quartiere maledetto.
Il treno ancora taglia in due il quartiere come secoli fa. Passa quattro volte al giorno. Molta gente sale spesso senza sapere dove andare ma soltanto, come dicono in Africa, per smuovere il tempo, per fare qualcosa. E’ qui, in questo inferno, che finiscono drammaticamente le speranze dei Masai, e di tutte le altre tribu’, in cerca di salvezza. Fuggono dalla natura arida, ingenerosa, non hanno la forza di aspettare e s’infilano nel tunnel senza sapere che qui di speranze ne hanno ancor meno.
E’ un mondo a se stante, Kibera. Con le sue leggi. Il giorno prima che venissimo qui hanno ucciso un ragazzo colpevole di aver rubato. L’hanno giustiziato, lapidandolo. Quel ragazzo non mangiava da giorni. Era comunque destinato a morire.
Andrea Makana / capo quartiere Kibera
"L’emergenza piu’ grande e’ quella sanitaria. Qui si sta male e si muore per poco. Se ci si ammala non ci sono medici ne’ medicine. La salvezza viene da questo ospedale che sta costruendo l’Amref. Forse allora, quando sara’ pronto, i nostri bambini potranno salvarsi".
Oggi e’ domenica. Sembra una domenica come tante. Il vestito della festa e la partita di calcio, fra due squadre studentesche del quartiere. L’aspetto piu’ allucinante forse e’ questa idea di normalita’. Chi vive nell’inferno si sente in un posto qualsiasi.I bambini sorridono, tutti sorridono..
L’incontro con una povera prostituta rafforza quest’idea. L’impressione e’ di essere arrivati alla fine del tunnel.
Mary Nlaga ha trentacinque anni e quattro figli. Lavora, mi dice, da dieci anni.
"
Perche’ lo faccio? E’un mestiere come tanti. Ho una famiglia. Servono soldi. Che c’e’ di diverso da altri lavori? Devo dare da mangiare ai miei bambini, il mio uomo non ha lavoro. Farei qualsiasi lavoro per loro. Si’, sono felice.. Ho da mangiare. Ma .un giorno smettero’, quando avro’ tanti soldi, smettero’ e lascero’ il Kenya. Ogni volta, si’ insomma a ogni lavoro, prendo cinquanta scellini, meno di un dollaro. La strada, lo so, e’ lunga".
Non molto lontano da Kibera, c’e’ un altro quartiere di fango. Piu’ piccolo,a forse piu’ duro dove gira molta droga, ci dicono. E’ qui, a Karlobanghi, che ci sentiamo veramente alla fine del tunnel. Incontriamo due donne colpite dall’Aids. Malate terminali. Sepolte vive. Per fragilita’ fisica e per pudore vivono (vivono?) nascoste, al buio. . E’ come se fossero gia’ morte. Parlano con un filo di voce.
La prima si chiama
Magret Wangico, ha solo ventitre’ anni ma gia’ due figli.
"Mi sento sola. Il mio dramma e’ di stare sola. Mi hanno lasciato tutti. I miei bambini, mio marito, mio padre. Cosa penso? Non penso, non esisto piu’. Spero di morire presto. Ma spero anche che tutti gli altri malati non siano lasciati cosi’ soli. Non e’ giusto abbandonarci. Noi abbiamo bisogno di aiuto, soprattutto abbiamo bisogno di amore. E’ l’unica cosa importante che posssiamo portare dall’altra parte della vita".
Due capanne piu’ in la’ abita
Scolastica Wajman. Ha trent’anni e tre bambini. Loro non l’hanno abbandonata. Due , un maschio e una femminuccia,. sono fuori la capanna. Non la lasciano mai.
"
Si’, io sono fortunata. Ho ancora i miei figli. Il mio uomo se ne e’ andato, ha paura, ma non importa. Mi interessa dei miei figli. Sento di morire giorno dopo giorno, soffio dopo soffio, ma devo restare bella, devo essere bella, per loro. Sto mettendo i miei abiti migliori. Quando saro’ diventata brutta, chiedero’ ai miei figli di non vedermi piu’. Sento che non manca molto".
L’Aids sta facendo una vera strage in Africa. Si parla di oltre 23 milioni di malati, l’85 per cento del totale nel mondo. Colpite in modo particolare le donne Un dato preoccupante se si pensa che le donne incinte trasmettono con facilità il virus al feto: L’anno scorso più di mezzo milione di bambini sono stati infettati dalle madri. Secondo le statistiche fra dieci anni, nel 2010, in Africa ci saranno quaranta milioni di orfani. L’unico sistema per fermare la strage e’, anche in questo caso, educare. Come al centro Kibwezi dove l’Amref sta portando avanti un family planning, un programma sanitario familiare. Ci sono molte donne, con i loro bambini. Questa voglia di riscatto e’ la grande speranza dell’Africa.
Alla fine del viaggio, attraversiamo la Rift Valley, smisurata, incredibile, emozionante..Qui, secondo gli scienziati, ha avuto origine la specie umana. E’ avvolgente, come una grande culla.
Questa non puo’ essere la terra dell’inferno.
Quasi nascosto, ecco verso est il parco Tsavo, territorio della tribu’ dei Kamba.
Si’, eccola, e’ questa l’Africa.
Quattro leonesse stanno preparando l’attacco a una mandria di bufali. L’astuzia contro la forza bruta. E’ scontato: anche stavolta vinceranno le regine della savana, cioe’ l’astuzia.
Addentrandoci nel parco, incontriamo elefanti, zebre, struzzi, impala, oltre alle immancabili giraffe. Giochiamo con le scimmie. Al primo lago, scopriamo un miracolo della sopravvivenza. Gli ippopotami che convivono con i coccodrilli. Una volta si sbranavano. Adesso stanno insieme, vicini. E forse ci insegnano qualcosa. L’ennesima lezione della natura.
Asante sana, Africa. Grazie.
Pino Scaccia
("Frontiere" / Raiuno, settembre 2000)
GLI ORCHI DELLA PORTA ACCANTO
L'ORRORE DELLA PEDOFILIA
a cura di Pino Scaccia
PEDOFILIA .
Si calcola che, in tutto il mondo, siano due milioni e mezzo i bambini sfruttati sessualmente Secondo una stima del Censis in Italia ci sono 21 mila casi di pedofilia ogni anno (e si parla solo di violenze carnali e molestie gravi). Le denunce pero’ sono soltanto 600 l’anno. La giustizia comunque va avanti e sono circa 1000 i processi ogni anno per bambini abusati o maltrattati. Il 35 per cento riguarda bambini sotto i tre anni. Un particolare terribile e’ che in piu’ del 60 per cento dei casi sono stati giudicati colpevoli i parenti delle vittime. Gli abusi, dunque, avvengono in famiglia.
La regione dove si sono registrati l’anno scorso il maggior numero di casi e’ la Lombardia, con 157 casi. Seguita subito dopo dal Lazio (121) , Piemonte (72), Sicilia (69), Toscana (65) e via via Campania, Puglia, Emilia Romagna e Veneto. (fonte polizia criminale)
INTERNET.
Il giro d’affari che ruota intorno alla pedofilia e’ gigantesco. Qualcosa come 8000 miliardi l’anno soltanto con Internet. Ci sono, pensate, 50 mila siti dedicati alla pedofilia in tutto il mondo con 2 milioni di bambini coinvolti e 12 milioni di immagini e foto. Ci sono 40 mila chat-room per pedofili. Oltre al mercato tradizionale, non line, ingrossato da 25 milioni di cassette e cd-room per pedofili.
I baby-navigatori negli Stati Uniti sono 25 milioni, cioe’ i bambini che navigano ogni giorno per ore nella rete. Si calcola che fra quattro anni, nel 2005, sfioreranno i 45 milioni. Uno su quattro ha dichiarato di aver esplorato un sito porno. Uno su cinque ha avuto proposte a sfondo sessuale. (fonte Disney)
In Italia sono un milione e mezzo i bambini in eta’ scolare che usano il computer (65,4%). Quelli che navigano in Internet sono 350 mila. Il 73% ha dichiarato di navigare da solo, ossia senza adulto vicino. (fonte Eurispes)
I PICCOLI SCHIAVI.
Bambini usati, violati ma anche sfruttati, uccisi dal lavoro in un'eta' in cui dovrebbero soltanto giocare. Li chiamano i piccoli schiavi. Secondo le ultime stime sono 250 milioni in tutto il mondo i minori, dai cinque ai quattordici anni, costretti a lavorare: e in condizioni assolutamente inumane. Un fenomeno tristemente noto soprattutto nel nord-est asiatico. E’ recentissima una tragedia in Cina dove quarantuno bambini sono morti mentre costruivano fuochi artificiali per mantenersi a scuola.
Ma la denuncia dei nostri sindacati ora e' allarmante. Sarebbero infatti fra i 300 e i 500 mila addirittura i bambini costretti a lavorare in Italia. Il caso esplose tre anni fa quando la morte di un dodicenne da un'impalcatura in Puglia fece scoprire la triste storia delle bambine di Francavilla Fontana, tra i dodici e i tredici anni, costrette a cucire camicie in seminterrati privi di finestre, spesso chiuse a chiave, per mille lire l'ora, dalle 7 di mattina alle 8 di sera. Secondo il Parlamento europeo le aree produttive piu' a rischio sono proprio quelle tessili. Laboratori clandestini (sia al nord che al sud) quasi sempre impegnati per "griffe" di fama mondiale. Purtroppo un fenomeno in pieno sviluppo perche' - spiegano gli esperti - legato strettamente alla disoccupazione.
BAMBINI VENDUTI.
Sono tremila i minori che scompaiono ogni giorno in Italia. Come dire, dieci al giorno. Ognuno con la sua storia, sempre comunque allarmante. Ci sono vittime di disgrazie ma ci sono molti, troppi bambini venduti, usati, violati. intoccabili. Ci sono in effetti fra questi anche molti bambini che scompaiono volontariamente: tutte piccole storie all'interno della grande drammatica storia del disagio giovanile. Forse non casualmente la regione dove il numero di minori scomparsi e' il piu' alto e' proprio la Campania cosi' piena di problemi e di contraddizioni sociali.
Ci sono i bambini usati dalla mafia (chi non conosce la realta’ dei cosidetti baby-killer, sicari gia’ a quattordici anni) ma ci sono anche come dicevo tanti bambini venduti, per le adozioni talvolta, ma anche per gli organi.
CAMON, "E' PATOLOGIA INTIMAMENTE VIOLENTA"
SPESSO RITORNANO E LASCIANO SUL TERRENO LE LORO VITTIME PREDILETTE: BAMBINI E BAMBINE INDIFESI. LA MANO E' SEMPRE LA STESSA: UN ADULTO 'PEDOFILO' CHE FINGE 'AMORE' CHE INVECE E' ODIO, SFREGIO E DISTRUZIONE DEL MINORE. "LA PEDOFILIA E' UNA PATOLOGIA INTIMAMENTE VIOLENTA E QUELLO CHE COLPISCE E' CHE SIA RITENUTA UN FATTO PRIVATO: INVECE E' UN ATTEGGIAMENTO ANTISOCIALE". E' QUANTO SOSTIENE FERDINANDO CAMON SCRITTORE E SAGGISTA. "MI CHIEDO COME SIA POSSIBILE NON VEDERE LA VIOLENZA CHE C'E' IN UN ATTEGGIAMENTO SIMILE - AGGIUNGE - NEL QUALE QUALCUNO AMBISCE A POSSEDERE IL CORPO DI CHI NON E' NELLE CONDIZIONI DI POTERSI DIFENDERE ED OPPORSI". EPPURE SULLA PEDOFILIA COME PATOLOGIA CI SONO DUBBI E PERPLESSITA'. "
DON DI NOTO: “PORTEREMO AVANTI LA NOSTRA MISSIONE”
"TELEFONO ARCOBALENO - DICE DON DI NOTO - CONTINUERA' LA SUA OPERA CON L'IMPEGNO E LA COMPETENZA DI SEMPRE ED ANZI, RENDE NOTO CHE NEGLI ULTIMI DUE MESI HA INOLTRATO ALLE AUTORITA' DI POLIZIA DI TUTTO IL MONDO E ALLA POLIZIA ITALIANA 501 DENUNCE, MENTRE NELLA SOLA GIORNATA DI IERI SONO STATE INOLTRATE 24 SEGNALAZIONI PER 51 SITI PEDO-PORNOGRAFICI". "RESTA L'AMAREZZA - CONCLUDE IL SACERDOTE ANTIPEDOFILIA - PER LA QUESTIONE DEI SITI INTERNET ITALIANI CHE NONOSTANTE LE DECINE DI DENUNCE INOLTRATE DA TELEFONO ARCOBALENO RESTANO PERENNEMENTE ATTIVI E VENGONO AGGIORNATI COSTANTEMENTE CON FOTO NUOVE DI BAMBINI SEMPRE PIU' PICCOLI, TALUNI MARCHIATI CON TATUAGGI COME LE BESTIE".
CREPET, E' BUSINESS COME MAFIA E CAMORRA
ANCHE GLI PSICOLOGI NON RIMANGONO STUPITI DAL FENOMENO "PEDOFILI-CRIMINALI". "CHE NON FOSSERO UN GRUPPO DI BONTEMPONI, INCAPACI DI ORGANIZZARSI, SI SAPEVA, COME PURE CHE LA PEDOFILIA RIGUARDA SEMPRE PIU' SPESSO CLASSI SOCIALI MEDIO ALTE E PROFESSIONISTI CAPACI DI DIFENDERSI". LO HA DETTO LO PSICOLOGO PAOLO CREPET, COMMENTANDO L'ARRESTO DEI PEDOFILI A ROMA. "OGGI - HA PROSEGUITO - SI FA MOLTO DI PIU' RISPETTO A IERI CONTRO IL FENOMENO ED E' QUINDI DEL TUTTO EVIDENTE CHE CI SIANO RESISTENZE, CON LA DIFESA ANCHE ORGANIZZATA". PER CREPET, "D'ALTRA PARTE LA PEDOFILIA E' UN BUSINESS E NON E' MOLTO DIFFERENTE DALLA MAFIA E CAMORRA E UN BAMBINO COSTA POCO E RENDE MOLTO". LO PSICOLOGO HA QUINDI SUGGERITO DI ANDARE FINO IN FONDO ALLE DENUNCE, ANCHE SE CIO' FA ANCORA PAURA: "OCCORRE, A MONTE, AVERE PIU' COLLABORAZIONE CON LA FAMIGLIA E LA SCUOLA, FACENDO MOLTA ATTENZIONE AI BASISTI DEL FENOMENO CHE ESISTONO IN TUTTI I LUOGHI".
PARSI, "SCUOLA E FAMIGLIA I PEGGIORI PERICOLI"
SCUOLA E FAMIGLIA I LUOGHI IN CUI SI ANNIDANO I MAGGIORI PERICOLI PER I BAMBINI. LO SOSTIENE ANCORA UNA VOLTA (MA "SONO ANNI CHE LO DICO", RIBADISCE), LA PSICOLOGA DELL'ETA' EVOLUTIVA MARIA RITA PARSI, DOPO L'INDIVIDUAZIONE DI UNA NUOVA RETE DI PEDOFILI A ROMA. "SCUOLA E FAMIGLIA SONO LUOGHI DI RISCHIO E NON DI TUTELA PER I BAMBINI", CONFERMA PARSI E SUGGERISCE DUE LINEE D'AZIONE PER COMBATTERE LA PEDOFILIA. "E' NECESSARIO - DICE - FORMARE I FORMATORI, DARE INDICAZIONI PRECISE AGLI EDUCATORI E A TUTTI COLORO CHE SONO IN CONTATTO CON I BAMBINI. E POI BISOGNA CHE I PICCOLI SIANO MESSI IN GRADO DI RICONOSCERE IL PERICOLO. QUANDO NON SONO PICCOLISSIMI, I RAGAZZI SAREBBERO PERFETTAMENTE IN GRADO DI DIFENDERSI SE FOSSERO EDUCATI DIVERSAMENTE E SE SOLO CONOSCESSERO I PROPRI DIRITTI".
La banda romana di pedoterroristi
Le chiamavano "zone di caccia". I bambini erano studiati, controllati, seguiti. Poi adescati. Con la complicita' del bidello diventavano vittime di video choc da vendere. Ma non solo. Ci sono le prove che quei poveri bambini erano anche venduti. Un giro di prostituzione minorile che coinvolge professionisti e imprenditori, alcuni molto noti, di Roma, almeno una quarantina. Dai capi della scellerata organizzazione i carabinieri si aspettano ora nomi e circostanze. Per ore sono stati interrogati, per capire fino a che punto erano concreti i progetti terroristici, quel fronte armato pedofilo messo in piedi da Roberto Marino, 37 anni, l'ex poliziotto passato alla pubblica istruzione, considerato l'ideologo del gruppo. E’ rinchiuso in isolamento in un carcere romano dal 2 ottobre, quando fu arrestato davanti alla vecchia madre nella sua casa di Cinecitta’ dove aveva accumulato prodotti chimici altamente tossici da usare contro tutti quelli che combattevano la pedofilia. "Sono stato violentato da piccolo in collegio" ha confessato per spiegare la perversione. Sicuramente aveva trovato un grande alleato in Giuseppe Buonviso, 34 anni, ex carabiniere, ora buttafuori in un locale notturno. Ma anche in altri, fra cui un medico e un infermiere, violenti e assetati di denaro. Tutti personaggi gia' denunciati, piu' volte, molto tempo fa.
Adesso il lupo solitario ha paura. Roberto Marino, 37 anni, ex poliziotto e ideologo del pedo-terrorismo, da otto mesi e’ rinchiuso in isolamento nel carcere di Rebibbia. In una lettera a un amico confida le sue improvvise angosce: "temo che me la faranno pagare qua dentro". Certamente, per gli inquirenti, le sue responsabilita’ sono pesantissime. Nel manuale trovato in casa, al momento dell’arresto, oltre alle istruzioni dettagliate per adescare i bambini, anche i folli progetti contro tutti i nemici della pedofilia, fra cui una contaminazione alimentare e una guerra chimica nelle metropolitane. Il lupo solitario, come si definisce il capo dell’organizzazione scoperta a Roma, adesso e’ veramente solo perche’ i suoi piu’ stretti collaboratori, l’ex carabiniere Giuseppe e il bidello Franco (quasi nonno: sua figlia e’ in stato di gravidanza) ieri negli interrogatori a Regina Coeli hanno negato ogni addebito, imputando ogni responsabilita’ a Roberto. Devono ancora essere sentiti gli altri tre arrestati: un infermiere, che secondo l’accusa drogava i bambini, un ragazzo di 19 anni, Andrea, che organizzava gli incontri e forse la figura piu’ squallida, un uomo gia’ pensionato a 40 anni che avrebbe spinto alla prosituzione i suoi figli di 11 e 14 anni. Ma intanto stamattina in Procura e’ stato sentito un testimone, E.C., un giovane omosessuale che conosceva tutta la banda degli orchi perche’ fra i luoghi privilegiati per l’adescamento, oltre a una sala giochi del centro, c’era anche una discoteca per gay sulla Casilina. E mentre continuano ad emergenze particolari agghiaccianti su prestazioni e cifre (anche 180 milioni pagati da ricchi imprenditori per una vacanza sessuale con minori) non accenna a diminuire l’angoscia dei genitori, anche oggi in fila con le foto dei figli dai carabinieri per essere rassicurati. Ma e’ sicuro nella scuola dove sono stati.
IL SESTO CONTINENTE
La terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio, fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo -pensate- addirittura trenta miliardi di persone. Il primo allarme, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, riguarda il 2025: fra trent'anni dovremmo essere undici miliardi di esseri umani.
Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. Nel Duemila a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati dove esiste il lavoro ma soprattutto dove ancora valgono certi diritti dell'uomo, la liberta' innanzitutto.
"La societa' di domani - ci ha detto il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario. Dobbiamo capire che i gruppi sociali, etnici, gli Stati sono troppo piccoli e devono aprirsi verso gli altri. Soltanto in questa accettazione dell'altro potremo arricchire noi stessi".
Per monsignor Luigi Di Liegro, direttore della Caritas romana, un eroe degli emarginati, morto qualche anno fa "questi fratelli vengono da noi perche' qui e' possibile avere forse quella solidarieta' che sempre hanno visto come un valore della nostra civilta' e trovano anche la possibilita' per cercarsi un futuro migliore, in Paesi piu' fortunati. Il problema dunque e' di carattere spirituale, cioe' di formare nella coscienza della gente, nei giovani in modo particolare, sentimenti di tolleranza e di rispetto".
Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Ostia o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure come la storia della giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Questo e' il nuovo razzismo, non piu' solo ideologico, ma un razzismo diverso, legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Assistiamo in questi giorni a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi: dall'est Europa, dalla ex Jugoslavia, dalla Somalia e dal Ruanda sconvolti dalla guerra, da Cuba. Un movimento che scatena spesso un'altra guerra che hanno gia' definito la "guerra fra poveri". E' lo scontro fra chi e' senza lavoro e non ha casa, gente che non ha la stessa pelle ma ha gli stessi problemi.
Un sondaggio svolto dalla comunita' Sant'Egidio nei licei di Roma ha dato esisti sconcertanti ma precisi: sette studenti su dieci non vogliono gli stranieri perche' -la risposta unanime- tolgono lavoro. "Credo che quarant'anni di benessere, di ricostruzione, di dopoguerra - sostiene Mario Marazziti, direttore della comunita' - bene o male questa fase di forte consumismo, da noi come in tutto l'occidente, abbia creato una disabitudine a farsi carico gli uni degli altri dei prolemi di quelli che stanno peggio. L'intolleranza verso chi e' stranieri e' legata all'intolleranza verso chiunque ci ponga dei problemi. Questa e' una societa' che deve ricostruire una cultura dell'accoglienza".
Tahar Ben Jelloun, un immigrato dal Marocco in Francia, racconta in un libro la sua esperienza di isolamento, di estrema solitudine, la miseria affettiva di tutti quei nord-africani strappati dalla loro terra, divisi dalla famiglia, sdradicati dalla loro cultura e costretti a vivere in Europa, umiliati e rifiutati, per guadagnare un pezzo di pane privo di ogni soddisfazione. Jelloun definisce quelli come lui "i nuovi dannati". Forse dovremmo davvero sforzarci di capire il dramma di queste persone che ormai incontriamo sempre piu' di frequente per strada. Il problema, se permettete, e' anche pratico, non solo morale: di quegli otto miliardi e mezzo di persone che saremo fra trent'anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosidetto mondo civilizzato, gli altri sette miliardi verranno dai Paesi in via di sviluppo. Come non tenerne conto, pensando soprattutto che il trenta per cento di "noi" sara' vecchio, fuori dell'eta' produttiva?
Bisogna abituarsi all'idea di vivere insieme. Non e' difficile. Ci diceva una volta Kpan Teabbev Simpice, un giovane ingegnere proveniente dalla Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere cio' che ci unisce, che ci mette insieme".
Pino Scaccia
TUTTA LA STORIA DI YLENIA
Se fosse viva, adesso avrebbe piu’ di trent’anni. E’ nata infatti il 29 novembre del 1970. L’ultima volta e’ stata vista a New Orleans otto anni fa, il 6 gennaio del 1994. Da allora tanti avvistamenti, tante voci (anche recenti), grandi polemiche con il padre, Albano, ma nessuna certezza. Ylenia e’ sparita. Ho seguito le sue tracce per piu’ di un anno. Ho sempre sperato fortemente che fosse viva, perche’ ho sempre voluto bene a quella ragazza bella, ribelle, misteriosa. La sua storia ha coinvolto tutti. E anche gli amici della tribu’ continuano a chiedermi notizie, quantomeno la storia. Ed ecco dunque il motivo di questo dossier.
A New Orleans ho trovato testimoni che mi hanno giurato: due settimane quel presunto tuffo suicida nel Missisipi la ragazza italiana era viva, beveva birra Elephant ed era in compagnia di Masakela. Sono stato nella sua stanza, ho parlato con chi l’ha conosciuta. Poi sono stati trovati documenti di una permanenza nei Caraibi. Poi mi hanno di un viaggio in Australia di tutta la famiglia Carrisi. Poi ho incontrato la nonna, Linda Christian, che mi ha detto: "La mia dolce Ylenia e’ viva. Sta con il suo amore, un giovane chitarrista di David Bowie, conosciuto a Milano". Poi sono stato a Cellino San Marco. Un pilota militare mi ha detto al microfono: "A giugno ho visto Ylenia a casa sua". La scomparsa risaliva al 6 gennaio, sei mesi prima. Quella sera Albano, ricordi bene, mi ha insultato in diretto. Sono andato a trovarlo. Ne ho ricavato solo altri insulti, anche pubblici.
Un giorno sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" ha scritto di me: "Peccato, il Paese dei Biagi e dei Montanelli non merita figli del genere".
Io gli ho risposto: "Certo. Peccato anche che tutti i cantanti non siano Ray Charles o Frank Sinatra".
Ho cercato di portarlo in tribunale. Lui non ha mai fatto una denuncia di scomparsa. Dalla procura di Roma, dove un pm ha tentato di aprire un fascicolo, l’inchiesta e’ stata trasferita con procedure assolutamente irregolari a Brindisi, dove e’ finita in un cassetto.
La storia.
1 GENNAIO 1994, ORE 14 E 30. IN CASA CARRISI SUONA IL TELEFONO. E' YLENIA, LA FIGLIA PIU' GRANDE DI AL BANO E ROMINA POWER. TELEFONA PER FARE GLI AUGURI E RASSICURARE I GENITORI: "SONO A NEW ORLEANS IN UN ALBERGO DI PASSAGGIO, PIU' TARDI LO CAMBIO. MI FARO' RISENTIRE". DA QUEL MOMENTO, PIU' NULLA. LA TELEFONATA, PREANNUNCIATA DALLA RAGAZZA, NON ARRIVA.
25 GENNAIO 1994. LA NOTIZIA DELLA SCOMPARSA DI YLENIA FA IL GIRO DEL MONDO. LA POLIZIA DELLA LOUISIANA SI METTE AL LAVORO ED ACCERTA CHE L'ULTIMA VOLTA IN CUI LA RAGAZZA E' STATA VISTA VIVA RISALE ALLA SERA DEL 6 GENNAIO. LA PROPRIETARIA DELL'ALBERGO "LE DALE", DOVE YLENIA ALLOGGIAVA CON ALEXANDER MASAKELA, SASSOFONISTA DI COLORE ULTRA CINQUANTENNE, RICORDA DI AVERLA VISTA USCIRE "SOLA, CALMA E PERFETTAMENTE LUCIDA". ALEXANDER MASAKELA VIENE ARRESTATO ED INTERROGATO. NELLE SUE TASCHE VENGONO TROVATI I TRAVEL-CHEQUE ED IL PASSAPORTO DI YLENIA. IL SASSOFONISTA ASSERISCE DI NON SAPERE NULLA DELLA RAGAZZA E VIENE RILASCIATO. NEL FRATTEMPO, ANTHONY CORDOVA, GUARDIANO DELL'ACQUARIO COMUNALE DI NEW ORLANS, SOSTIENE DI AVER VISTO (SEMPRE LA SERA DEL 6 GENNAIO) UNA DONNA SOMIGLIANTE ALLA CARRISI GETTARSI NEL MISSISSIPPI, AL GRIDO "APPARTENGO ALLE ACQUE". GLI ELICOTTERI DELLA U.S. COAST GUARD ED I SOMMOZZATORI SETACCIANO 145 CHILOMETRI DI FIUME, INUTILMENTE.
27 GENNAIO 1994. ORE 10 DEL MATTINO. AL BANO E ROMINA POWER LASCIANO L'ITALIA E RAGGIUNGONO NEW ORLEANS PER AFFIANCARE GLI INVESTIGATORI. I DUE CANTANTI PARTECIPANO AL PROGRAMMA "AMERICA'S MOST WANTED" E FANNO STAMPARE OLTRE MILLE MANIFESTI CON LA FOTO DELLA FIGLIA.
1 FEBBRAIO 1994 : LA POLIZIA DELLA CAPITALE DELLA LOUISIANA FERMA IL MUSICISTA NERO ALEXANDER MASAKELA, QUASI SESSANTENNE, CHE CON YLENIA AVEVA CONDIVISO UNA STANZA IN UN ALBERGHETTO. MASAKELA VIENE RILASCIATO QUALCHE GIORNO DOPO. INTANTO ALBANO E ROMINA SI RECANO NEGLI STATI UNITI PER CERCARE LA FIGLIA, E PARTECIPANO FRA L'ALTRO A UN "CHI L'HA VISTO" LOCALE. IL GIORNO DOPO, IL 2 FEBBRAIO, LA VICENDA SEMBRA AD UNA SVOLTA. I GIORNALI PARLANO DI CONTATTI TRA AL BANO E LA MAFIA LOCALE. IL CANTANTE E LA MOGLIE SMENTISCONO. LE PISTE SI MOLTIPLICANO COSI' COME LE IPOTESI. SEMPRE IL 2 FEBBRAIO IL DIRETTORE DELL'FBI A WASHINGTON, LOUIS FREEH, TELEFONA ALL'AMBASCIATORE ITALIANO A NEW ORLEANS E CONFERMA "LA SCESA IN CAMPO" DELL'FBI
24 MARZO 1994: LA PRESENZA DI YLENIA VIENE SEGNALATA A SANTO DOMINGO; CIRCOLA ANCHE LA FOTO DI UNA RAGAZZA CHE SEMBRA ESSERE PROPRIO LEI, MA DOPO QUALCHE GIORNO UNA SUA "SOSIA" SPIEGA DI AVER LAVORATO NELL'ISOLA CARAIBICA IN QUEL PERIODO: LA FOTO SAREBBE LA SUA.
4 APRILE 1994. UN INVESTIGATORE PRIVATO PERUGINO, RANIERO ROSSI, "RIVELA" CHE YLENIA SI TROVA IN EFFETTI A SANTO DOMINGO, MA SI NASCONDE DAI GENITORI E VUOLE ESSERE DIMENTICATA.
11 APRILE 1994: ALTRO COLPO DI SCENA. IL REGISTA ENZO MARRA SOSTIENE DI SAPERE DOVE SI TROVI YLENIA ED I MOTIVI DELLA SUA SCOMPARSA. IL SETTIMANALE TEDESCO "BILD" INTERVISTA IL REGISTA (CHE NEL FRATTEMPO STA PREPARANDO UN FILM SULLA VICENDA) E TITOLA "YLENIA CARRISI E' VIVA, E' IN MESSICO ED E' INCINTA". I CONIUGI CARRISI CHIEDONO IL SILENZIO STAMPA.
12 AGOSTO 1994. IL CONSOLE ITALIANO, FABRIZIO MAZZA, CONFERMA CHE LE POSSIBILITA' CHE IL MISSISSIPPI RESTITUISCA IL CORPO DI YLENIA, QUALORA LA RAGAZZA FOSSE AFFOGATA, SI SONO PRATICAMENTE AZZERATE.
17 AGOSTO 1994: UN GIORNALE TEDESCO, CITANDO IL REGISTA ITALIANO ENZO MARRA, SCRIVE CHE YLENIA, IN AVANZATO STATO DI GRAVIDANZA, SI NASCONDE IN SVIZZERA, E CHE I GENITORI NE SONO AL CORRENTE. LA FAMIGLIA SMENTISCE SECCAMENTE.
15 SETTEMBRE 1994. AL BANO PARLA PER LA PRIMA VOLTA, IN UNA LUNGA INTERVISTA AD "OGGI", DELLA FIGLIA SCOMPARSA. IL CANTANTE SVELA L'IMPORTANTE RUOLO AVUTO DA SOFIA LOREN NELLA TRISTE VICENDA, "E' LA PERSONA CHE PIU' MI HA AIUTATO E DATO UNA MANO IN QUESTI NOVE MESI DI ANGOSCIA PER YLENIA", E RACCONTA I MOMENTI DI SPERANZA E DI SCONFORTO CHE SI ALTERNANO NEI CUORI DELLA FAMIGLIA.
21 OTTOBRE 1994 UN TESTIMONE INTERVISTATO IN DIRETTA AL TG1 DICHIARA DI AVER INTRAVISTO YLENIA, L'ESTATE SCORSA, NELLA CASA DEI GENITORI: ERA DEBILITATA, SI REGGEVA IN PIEDI A FATICA, ED E' RIENTRATA IN CASA ACCORGENDOSI DI ESSERE STATA NOTATA. "SE YLENIA TORNERA' SAREMO NOI A DARE PER PRIMI LA NOTIZIA", DICHIARA IL PADRE, CHE ACCUSA ALCUNI "SCIACALLI" DI SPECULARE SULLA TRAGEDIA DELLA SUA FAMIGLIA. ALCUNI GIORNI PIU' TARDI LA PROCURA DI ROMA ATTIVA UN'INDAGINE SULLA SCOMPARSA DELLA RAGAZZA
9 NOVEMBRE 1994. AL BANO RILASCIA UN'INTERVISTA ALL'AMICO PIPPO BAUDO. "YLENIA HA VARCATO UNA PORTA PROIBITA", AFFERMA IL CANTANTE E DICE DI "AVER PERSO OGNI ILLUSIONE" DI TROVARE SUA FIGLIA. INTANTO IL REGISTA MARRA STA PREPARANDO UN FILM: "YLENIA, LO SPIRITO DI SATANA". LA PRETURA DI BRINDISI SEQUESTRA LA PELLICOLA PER IL SUO CONTENUTO PORNOGRAFICO. MA LO "SCIACALLAGGIO", COME LO DEFINISCE IL PADRE DI YLENIA, NON FINISCE QUI.
17 DICEMBRE 1995. IL MENSILE "LA VOCE DELLA CAMPANIA" ESCE CON IL TITOLO "YLENIA UCCISA IN UN RITO VOODOO". NELL'ARTICOLO IL DIRETTORE DELLA TESTATA SOSTIENE CHE IL VIMINALE NE E' A CONOSCENZA
dal nostro inviato a New Orleans
(Testo del servizio di Pino Scaccia al Tg1 delle ore 20
in onda il 6 gennaio 1995, primo anniversario della scomparsa)
Da questo telefono, il primo gennaio dell'anno scorso, Ylenia ha parlato per l'ultima volta con la madre, a Cellino.
Entriamo nella stanza di Ylenia. E' la "B one", al primo piano. Due letti, uno specchio, poche cose. Qui ha dormito, in compagnia di Alexander Masakela, sicuramente sette notti: dal 30 dicembre al 6 gennaio.
Leonard Dale, il vecchio proprietario dell'albergo, ricorda il Capodanno. "Ho mandato su due birre per festeggiare, poi Ylenia mi ha chiesto di abbassare la musica, aveva sonno".
Cinque giorni dopo, e' uscita da sola ed e' sparita. Un altro vecchio, il guardiano dell'acquario, quella stessa sera ha visto una ragazza bella, bionda e triste buttarsi nel Mississipi, proprio in questo punto dove s'incrociano le correnti. Ora Albert Cordova, ci dicono, non lavora piu', e' in pensione ma la sua testimonianza e' considerata tuttora la piu' attendibile. Anche per il console italiano, Fabrizio Mazza.
Le indagini pero' non sono affatto chiuse. Lo conferma il portavoce della polizia di New Orleans, Sam Fradella. "L'anno scorso -ci dice- sono scomparse 1167 persone. Quindici non sono state ancora ritrovate e il caso della Carrisi e' fra questi. Continuiamo a cercare, verifichiamo tutte le segnalazioni".
Certamente molte testimonianze cozzano con quella di Cordova. Un pescatore di origini croate, un imprenditore toscano, il barista- Ray- di questo locale nel quartiere francese e soprattutto quella di due fratelli siciliani, Calogero e Biagio Todaro, proprietari di un'enoteca in Charles street. Tutti sono convinti di aver visto Ylenia una settimana dopo il 6 gennaio e dunque non sarebbe lei la ragazza finita nel grande fiume. "Si’, la ricordiamo benissimo – ci dicono i fratelli Todaro -. Ylenia e’ venuta qui con Masakela il 13 gennaio. Hanno preso due lattine della solita birra, la Elephant. Li conoscevamo bene, erano loro, senza dubbio".
La musica jazz e’ struggente. C'infiliamo nel quartiere francese, in Bourbon street. Cerchiamo Masakela. Ma nei tre o quattro angoli dove si piazzava con il suo sassofono adesso non c'e'. Dicono che l'hanno cacciato gli stessi compagni di disperazione, stanchi della polizia.
Strano posto, New Orleans. Facciata da grande festa e anima venduta al diavolo. La chiamano la citta' del "big easy", un po' come dire che qui tutto si puo' fare. In Louisiana oggi non si festeggia l'epifania e quel giorno, un anno fa esatto, qui era una giornata terribile, dedicata ai riti woodoo. Maledetto giorno per sparire. Per fortuna, avete sentito, c'e' chi ha visto Ylenia anche dopo.
Il supertestimone al Tg1
(Testo del servizio di Pino Scaccia al Tg1 delle ore 20
in onda il 21 ottobre 1994 )
Il testimone e' attendibile. Trentenne, di Brindisi, e' un ex pilota militare. Ora fa l'agente di commercio. Vista perfetta: undici decimi. Si chiama Leonardo. Evitiamo il cognome, che naturalmente conosciamo, per rispetto alla sua decisione di non apparire in televisione. Un impegno preso con un familiare legato alla famiglia Carrisi. Quel familiare era con lui, a giugno, quando andarono a visitare un villino nel villaggio di Al Bano e Romina da affittare per l'estate.
In quell'occasione, affacciandosi al terrazzo, avrebbe visto Ylenia, la ragazza che tutto il mondo sta cercando da quasi un anno. Che era Ylenia e' sicurissimo, pronto a giurarlo. Ce lo ha raccontato, con tutti iparticolari, tre sere fa a Brindisi. Eravamo con due testimoni, quindi non c'e' possibilita' di smentita. La sera dopo lo abbiamo incontrato ancora, sempre con i nostri due amici, e ha confermato tutto. E stavolta siamo riusciti a documentare l'incontro. Il nostro testimone, vedete, e' quello in fondo, col maglione, appoggiato all'auto.
"Si’, l’ho vista. Era lei, proprio Ylenia. Qui la conosciamo tutti. Non posso sbagliarmi. Si e’ accorta che l’avevamo vista ed e’ rientrata subito in casa".
Dunque, era quasi estate. Giugno. L'ex pilota vede Ylenia dal terrazzo. E la descrive.
La famiglia Carrisi vive ai margini di Cellino San Marco, in contrada Curtipitrizi, protetta da un autentico bunker. A marzo e' stato fatto tirar su questo Cristo: in paese c'e' chi dice per pregare, chi come ex voto. E' molto difficile avvicinarsi. Questa e' la villa di Al Bano e Romina Power. La stanza di Ylenia e' in alto, sulla mansarda. Chi abita da queste parti sostiene che i Carrisi, durante la prima fase di angosciose ricerche, non sono mai usciti dal villaggio se non per i viaggi all'estero, qualche volta effettuati con voli privati, ufficialmente per tournee: in Spagna, Svizzera, Stati Uniti e in Australia - sempre a marzo, un mese che ricorre, quasi una svolta -dove sono andati anche gli anziani genitori di Al Bano. Da un po' di tempo sono tornati pero' a farsi vedere in paese: ieri mattina abbiamo colto Romina con il figlio piu' grande, Yari, davanti alla scuola elementare di via Marconi a prendere le due bambine piu' piccole.
Una notizia e' certa: in Italia non c'e', non c'e' mai stata, un'indagine sulla scomparsa di Ylenia.
La conferma il magistrato.
Il giorno dopo, a Cellino San Marco
Siamo tornati stamattina a Cellino San Marco per raccogliere l'invito di Al Bano. Ieri sera, in diretta, si era impegnato ad aprire le porte della sua casa.
Le porte di casa Carrisi invece non si sono aperte. Il rifiuto e' stato deciso, categorico. Al Bano, con cui abbiamo parlato a lungo al telefono, ha nuovamente difeso il suo diritto al silenzio, un diritto che nessuno ha intenzione di violare. Tutti del resto, in questo paesino pugliese particolarmente colpito dalla criminalita' ma pieno di gente affabile e generosa, tutti partecipano all'angoscia della famiglia Carrisi per quella che chiamano affettuosamente "la piccola americana". Abbiamo evitato in questi giorni di divulgare le molte voci, perche' incontrollabili. Ma la testimonianza-attendibile- di ieri sera, propone piuttosto -sia pure in linea di ipotesi- un interrogativo preciso che lo stesso Al Bano provocatoriamente rilancia: se fosse vero quello che ha dichiarato l'ex pilota brindisino (cioe' che Ylenia a giugno sarebbe stata nella villa di Curtipitrizzi), perche' i genitori nasconderebbero Ylenia? Sempre a dar retta a chi l'avrebbe vista, la ragazza sarebbe debilitata e dunque sarebbe logico, addirittura giusto, permetterle di riprendersi e proteggerla ancora dal frastuono dei mass media. Ed ecco forse spiegata questa chusura totale a ogni informazione, soprattutto quelle smentite immediate, troppo immediate. Ma l'augurio generale e' che ci sia presto una grande festa per il ritorno di questa ragazza bionda e dolce. Magari per il suo 24esimo compleanno, fra un mese.
Le polemiche
(Agenzia Italia – Roma, 22 ottobre 1994)
"NON C'E' STATA ALCUNA DISINFORMAZIONE, IERI SERA, NEL SERVIZIO SU YLENIA. ABBIAMO MANDATO IN PUGLIA UNO DEI NOSTRI MIGLIORI INVIATI CHE, IN GIORNI E GIORNI, HA VERIFICATO L'ATTENDIBILTA' DEL TESTIMONE, HA PARLATO CON LUI, HA VERIFICATO CON ALTRI TESTIMONI LE SUE AFFERMAZIONI E POI ABBIAMO MANDATO IN DIRETTA LE CONTROAFFERMAZIONI DI AL BANO. QUINDI RESPINGO TUTTE LE ACCUSE": LO HA DICHIARATO ALL'AGI IL DIRETTORE DEL TG1 CARLO ROSSELLA. "QUANDO IL CORRIERE DELLA SERA - AGGIUNGE ROSSELLA - HA DEDICATO UNA PAGINA INTERA ALLA PRESENZA DI YLENIA A S. DOMINGO, NESSUNO HA TROVATO NULLA DA RIDIRE. NE' HANNO SUSCITATO REAZIONI INDIGNATE TUTTI GLI ALTRI SERVIZI TELEVISIVI E DELLA CARTA STAMPATA CHE SU QUESTO CASO SI SONO SUSSEGUITI NELLE ULTIME SETTIMANE. RIBADISCO CHE IL TG1 NON HA VOLUTO FARE ALCUN SENSAZIONALISMO. ABBIAMO REALIZZATO UN SERVIZIO FACENDO PARLARE I TESTIMONI. E POI IL CASO DI YLENIA NON L'HO CERTO CREATO IO O IL TG1. DAL GIORNO IN CUI E' SCOMPARSA OGNI TESTIMONIANZA, OGNI NOTIZIA CHE ACCENDE LE SPERANZE CHE POSSA ESSERE ANCORA IN VITA, E' CHIARO, DESTA INTERESSE DA PARTE DEL PUBBLICO. E IERI SERA NOI ABBIAMO SVOLTO SEMPLICEMENTE IL NOSTRO LAVORO DI CRONISTI". "PINO SCACCIA - AGGIUNGE CARLO ROSSELLA - AUTORE DEL SERVIZIO, AVEVA UN TESTIMONE CON TANTO DI NOME E COGNONE. NON C'ERA NULLA DI CAMPATO IN ARIA. SCACCIA E' UN CRONISTA SERIO, AUTORE ANCHE DI ALTRI IMPORTANTI SERVIZI E PROBABILMENTE DA' FASTIDIO CHE IL TG1 SI OCCUPI DI FATTI DI CRONACA. CE L'HANNO CON NOI, SICURAMENTE, PERCHE' SIAMO STATI PRIMI A DARE NOTIZIA ED OCCUPARCI DEL CASO DELLE 'THELMA E LOUISE' DI SERRE. MA POI SI SONO BUTTATI TUTTI A CORPO MORTO PER GIORNI E GIORNI CON GRANDE RILIEVO NELLE PRIME PAGINE. PROBABILMENTE CHI POLEMIZZA DESIDEREREBBE CHE IL TG1 FOSSE UN BOLLETTINO DEL PALAZZO E NON UN GIORNALE CHE SI OCCUPA DI COSE CHE INTERESSANO IL PUBBLICO SEMPRE CONTROLLANDO E VERIFICANDO LE NOTIZIE. AL PUBBLICO INTERESSANO I FATTI DI CRONACA, IO SONO UN GIORNALISTA CHE VIENE DALLA CRONACA ED E' GIUSTO E LOGICO CHE IN UN TG POPOLARE I FATTI DI TUTTI I GIORNI, LA CRONACA, ABBIA IL DOVUTO RISALTO SENZA ESAGERAZIONI E, RIPETO, SENZA DELETERI SENSAZIONALISMI".
Al direttore della "Gazzetta del Mezzogiorno" Lino Patruno
Rispetto, ci mancherebbe altro, ogni opinione. Quindi accetto senz'altro il taglio che la "Gazzetta" ha voluto dare al caso Ylenia. Tuttavia, data la delicatezza della vicenda, vorrei almeno che si ristabilisse quello che il sottoscritto, sul Tg1, ha riportato ieri sera. Il testimone che ho presentato sostiene di "aver visto Ylenia a casa sua a giugno". Poi la descrive. Nient'altro, nessun giudizio. Nessuno, ne' io ne' il mio testimone, ha parlato di "ragazza prigioniera in casa" o di "genitori crudeli che tengono segregata, contro la sua volonta', la figlia" come ha scritto Lino Patruno. E' tanto vero che, ammesso che il testimone abbia visto il giusto, la mia ipotesi e' (sarebbe) un'altra. Che i coniugi Carrisi, in questo caso, permetterebbero a Ylenia di riprendersi dopo comunque una brutta avventura e soprattutto la proteggerebbero contro il frastuono dei mass media. Un diritto sacrosanto e comprensibile. Spero, con questo, di festeggiare presto- come tutti- il ritorno di Ylenia e di cancellare dunque quell'accusa di "sciacallo" che, da padre prima che da cronista, penso proprio di non meritare.
Grazie dell'ospitalita' e con stima, Pino Scaccia
Brindisi, 22 ottobre 1994
Lettera aperta ad Al Bano
Caro Al Bano,
scusi innanzitutto se La chiamo "caro" ma non ce l'ho con Lei. Nonostante mi abbia dato dello sciacallo, del figlio indegno di Montanelli e Cervi, del cronista in malafede, senza scrupoli, con l'istinto da animale... eccetera, nonostante la marea di insulti che (a sentire colleghi dello spettacolo) Le sono purtroppo congeniali non solo quando parla di Sua figlia ma anche quando discute di dischi e canzoni, nonostante tutto cio' sono pronto a subire e a capirLa.
Le scrivo, approfittando dell'ospitalita' dell'amico Leonardo Sgura con cui ho condiviso gran parte dell'avventura pugliese, perche' -come ho detto al telefono a Suo fratello Franco- purtroppo con Lei non si riesce a parlare: si litiga. E mi dispiace.
Dovrebbe spiegare intanto perche' ha sempre rifiutato ogni aiuto a proposito della scomparsa di Ylenia. Un rifiuto accompagnato puntualmente da quei "famosi" insulti. E' successo a un investigatore serio come Rossi, a un inviato eccellente come Chierici e per ultimo e' successo a me. Come vede non prendo in considerazione Marra proprio perche' dovrebbe cominciare a distinguere fra le persone. Dunque, perche'? Perche' quelle smentite immediate, il fastidio di quest'aiuto, il rifugio negli improperi invece che nelle domande, nella ricerca della verita'. Mi dispiace che nessuna inchiesta della magistratura riesca a partire. Lei stesso l'ha invocato su tanti giornali e me l'ha sbandierata come una minaccia al telefono. Vuol parlare davanti al magistrato. Benissimo. Ma quando? So che non dipende da Lei ma spero che almeno questo ci accomuni: la voglia di passare attraverso i canali della giustizia. Non piu' investigatori impiccioni, non piu' cronisti senza scrupoli ma un magistrato che interroghi i tanti testimoni che si sono affacciati su una vicenda sicuramente dolorosa.
La prego soltanto di evitare lezioni di giornalismo. Lei dichiara a tutti che "la patria dei Montanelli e Cervi non merita certi figli". Con una battuta pari in cattiveria potrei risponderle che non tutti i cantanti possono nascere Frank Sinatra o Ray Charles ma la evito. Piu' seriamente potrei risponderLe con gli articoli che quei due grandi maestri del giornalismo hanno scritto di me dopo un'altra vicenda clamorosa, quella di Farouk. Ed anzi fu proprio un editoriale di Montanelli, vista l'autorevolezza, a convincere tutta Italia che probabilmente avevo ragione io e non, si figuri, un giudice, il capo della polizia e il ministro dell'Interno. Non giudichi il lavoro dei cronisti. Ha tutto il rispetto come padre, ma cerchi di rispettare gli altri. Mentre Le parlavo al telefono dalla caserma dei carabinieri di Cellino mi ha anche rimproverato, pensi, che non le ho mai fatto un'intervista sull'ultimo lavoro discografico. Forse fa un po' di confusione di ruoli. La sua amarezza e' comprensibile ma ricordi che, nonostante le apparenze, nessuno Le e' nemico. Nemmeno io. Altrimenti avrei dovuto raccontare tutto quello che ho sentito a Cellino. Non l'ho fatto e non lo faro' mai. Forse.
Spero che accetti in conclusione una stretta di mano, in attesa di risentirci in un'occasione migliore. Per la festa ad Ylenia, una grandissima festa, e magari per parlare del suo ultimo disco. Anche i cronisti hanno un'anima, cioe' amano la musica.
Suo, Pino Scaccia
L'inchiesta giudiziaria
Alla Procura di Roma c'e' un fascicolo sulla vicenda Ylenia, classificato con il numero 6801/ 94 N. Questo fascicolo da ieri e' di nuovo sul tavolo del procuratore capo Michele Coiro. Stamattina lo stesso Coiro ci ha spiegato che per ora l'incartamento "e' sospeso". Testuale. Forse sta studiando la competenza territoriale, forse sta per assegnarlo a un pubblico ministero, forse lo archiviera'. Ufficialmente ci ha ribadito che l'inchiesta, appunto, e' sospesa. In realta', il fascicolo era gia' stato affidato a un sostituto, Davide Iori, il quale aveva convocato una lista di testimoni, a cominciare da Raniero Rossi, cioe' l'investigatore perugino che con un esposto-denuncia aveva provocato l'apertura dell'indagine. Rossi, vedete, era stato convocato per dopodomani, venerdi', alle 11 da Iori. Ma il magistrato, come dimostra quest'altro documento, ha revocato il decreto di citazione che e' dunque rinviato a data da destinarsi. Del resto, il pm non ha acquisito agli atti la cassetta con la registrazione del servizio del Tg1 sul caso Ylenia, gia' richiesta ufficialmente, proprio perche' attualmente non in possesso del fascicolo. Speriamo che sia solo questione di tempo e che l'inchiesta parta: sarebbe la prima in assoluto in Italia sulla scomparsa di Ylenia. Anche perche' l'intervento della magistratura e' stato piu' volte invocato dallo stesso Al Bano.
L'intervista alla nonna, Lynda Christian
La cercavano tutti da mesi, da quando qualcuno ha detto che sa tutta la verita' su Ylenia, la nipote. Lei e' Linda Christian e siamo riusciti a rintracciarla a Roma. E' appena arrivata dalla California per presentare "Nessuno e' imbattibile" l'ultimo disco di Gianni Dei di cui e' produttrice, ma soprattutto -secondo le cronache rosa- fidanzata, prossima sposa.
- Signora Christian, parliamo di Ylenia.
"Credo dentro il cuore che sia viva e che presto, molto presto tornera' fra le nostre braccia".
- Quando l'ha vista per l'ultima volta?
"Dunque, ho fatto un sogno. Un mese fa. Un sogno cosi' forte che sembrava vero. Quando mi sono svegliata mi sono chiesta: ma era un sogno o Ylenia stava veramente davanti a me?"
- E che le ha detto nel sogno?
"Mi ha detto: 'nonna, voglio stare in pace, non voglio chiasso, non voglio pubblicita', se pubblichero' il libro che sto scrivendo lo faro' sotto falso nome".
- La fuga. Ma secondo lei dove sta adesso?
"In giro per il mondo..... Forse in Australia".
- Allora e' scappata per questo, una voglia di liberta'...
"Si', io credo che a ventitre' anni abbia sentito il bisogno di essere finalmente libera. E poi c'e' un romanzo d'amore con quel ragazzo di New York, Eric, un chitarrista rock. Il padre, Al Bano, non voleva che lo frequentasse invece sono innamoratissimi, ho visto come si guardavano......"
- Allora e' scappata con lui....
"Speriamo. Cosa c'e' di piu' bello di una fuga d'amore? E sa cosa le dico? Speriamo che tornino in tre...".
E' stato veramente un sogno? Oppure e' la metafora di una grande attrice?
(
Pino Scaccia –
Tg1)
Le ipotesi. La piu' clamorosa.
L’UNITA’ . Catanzaro (1998).Ylenia Carrisi, la figlia di Al Bano e Romina Power scomparsa nel gennaio del 1994, doveva essere rapita dalla 'ndrangheta per fare un "piacere" alla Sacra corona unita. Il piano, studiato in ogni minimo dettaglio, saltò perché intervenne la mafia siciliana, esclusivamente interessata a sviluppare il mercato della droga, business sul quale chiese anche alle altre mafie di concentrare uomini ed energie. Dopo gli arresti dei boss della piana di Sibari e di Cirò, affiorano antichi misteri, e quello del sequestro di Ylenia è uno dei misteri su cui s'è levato il velo dopo i risultati dell'operazione "Galassia" in Calabria. Le cosche della piana di Sibari misero a punto il piano nel 1982. Il progetto è stato raccontato agli inquirenti da Felice Cavallaro. Intanto Florinda Mirabile, figlia di Mario, ucciso nel 1991, inchioda assassini ed ex complici del padre.
Gli avvistamenti. L'ultimo.
IL GAZZETTINO. Venezia (2000)
Un settimanale tedesco, Frau im Spiegel, titola la copertina "Ylenia vive!
Ore 23.30: Venezia, il segreto della figlia scomparsa è svelato".
La notizia emerge dal racconto di un popolare fotoreporter che assicura di aver visto la figlia di Al Bano e Romina Power alla stazione Santa Lucia di Venezia l'otto dello scorso aprile.
"Il naso la bocca soprattutto gli occhi: erano i "suoi". Se non era lei era una sosia perfetta". Il giallo di Ylenia Carrisi la figlia di Al Bano e Romina Power scomparsa sei anni fa negli Usa vive un nuovo sussulto. Niente di assolutamente certo almeno per il momento - e il padre Al Bano si è affrettato a definire "sciacallaggio puro" il nuovo avvistamento della figlia - ma il racconto di un fotoreporter al Gazzettino di Venezia apre un altro spiraglio sul mistero fitto che dal '94 avvolge la sorte di Ylenia. Il fotografo è Roberto Fiasconaro 53 anni di San Stino di Livenza free-lance e collaboratore di Rcs e di periodici nazionali. E è lui l'autore della foto scattata nella notte dell'8 aprile scorso nella stazione ferroviaria di Santa Lucia a Venezia. Fiasconaro perchè quella notte era in stazione a Venezia? "Tre quattro giorni prima avevo ricevuto la segnalazione da un amico. Mi aveva detto che in stazione da un paio di sere c'era un gruppo di ragazzi e ragazze e una di queste assomigliava a Ylenia Carrisi. Ho deciso di andare a vedere: sono stato a Santa Lucia due sere consecutive e non ho trovato nessuno". La terza volta è stata quella buona. "Sì l'8 aprile ero stato a Venezia a teatro e a mezzanotte circa sono tornato in stazione. Pochi minuti dopo sono entrate quattro ragazze e si sono sedute a chiacchierare vicino alla biglietteria. Quella che mi stava di fronte assomigliava a Ylenia". Come può esserne sicuro l'ha vista bene? "L'ho osservata da lontano con un teleobiettivo: era lei. Ma la ragazza si è accorta ha abbassato la testa e si è alzata per uscire. Così mi sono spostato in modo che mi passasse vicino e sono rimasto choccato: era lei o una sosia perfetta solo un po' ingrassata e trasandata". Allora cos'ha fatto? "Prima l'ho fotografata di spalle poi le sono andato vicino e in inglese ho chiesto "mi scusi signorina lei è Ylenia Ylenia Carrisi?". Prima ha risposto sì poi no. Allora è scappata verso il primo binario e si è fermata al buio. Poco dopo una delle ragazze che erano con lei è andata a riprenderla e le ha chiesto "chi è Ylenia?". "Niente niente" è stata la risposta ma ho visto che si sono lanciate un'occhiata che definirei complice". Finito lì l'avvistamento? "No perché ad un certo momento in stazione è entrato un giovane che l'ha presa per mano e hanno iniziato a discutere: ho capito che parlavano di me. Improvvisamente si sono diretti verso l’uscita ed è in quel momento che ho scattato la foto. Subito tra loro e me è cominciata una discussione volevano il rullino ma ho resistito. Poi sono scappato". I ragazzi cos'hanno fatto? "Hanno preso gli zaini e si sono diretti verso il palazzo delle Ferrovie. Da allora sono tornato altre due-tre sere ho chiesto informazioni in qualche albergo ma non ho trovato una traccia". Signor Fiasconaro pensa che quella ragazza fosse veramente Ylenia? "Il naso la bocca e gli occhi erano i suoi. Se non era lei era la sua gemella. E di somiglianze ne ho viste tante. Ho conosciuto Ylenia e vista questa sono rimasto choccato".